di Teresa Fabiola Calabria

PALERMO – Non si placano i dissensi sulle trivellazioni petrolifere nel Mar di Sicilia. Nella giornata odierna, infatti, il arlamentare Francesco Cappiello, appartenente allo schieramento del m5s, ha deciso insieme al suo gruppo di abbandonare l’aula, dichiarando: «Questo non è un dibattito, è una pantomima: sono state approvate due mozioni per dire no alle trivelle, ma il Governo le ignora e ha già detto che andrà avanti con le autorizzazioni. Non ci stiamo a far parte di questa sceneggiata».
Quello delle trivellazioni petrolifere in Sicilia è, purtroppo per noi però, tutto fuorché una sceneggiata: gli interessi miliardari delle industrie petrolifere infatti, che guardano più ai profitti che alla salvaguardia ambientale, sono più seri e minacciosi che mai. I dati parlano chiaro: quella dello Stretto di Sicilia, è una zona ad elevato rischio sismico, sia per la presenza di vulcani sottomarini, che per la posizione di placche continentali (rifting) che, nella malaugurata ipotesi di un terremoto, produrrebbero conseguenze facilmente immaginabili, danneggiando irrimediabilmente un’area marina tra le più delicate d’Europa, che è stata classificata dalle associazioni ambientaliste – Legambiente e Greenpeace su tutte – come un “patrimonio inestimabile di biodiversità, punto d’incontro tra le specie di origine Atlantica e quelle provenienti dal Canale di Suez, zona importantissima, che andrebbe sottoposta a maggiori tutele, di riproduzione e alimentazione di specie ittiche primarie”.
Ma quanto fruttano, in concreto, le trivellazioni? Conti alla mano, da quando tutto ciò ha avuto inizio -era l’estate 2012 e a presentare il piano per le trivellazioni fu l’allora ministro per lo Sviluppo Economico Corrado Passera, governo Monti- abbiamo 4.010.288 metri cubi di gas, mente per quanto riguarda il petrolio, siamo sulle 288.867 tonnellate. Un risultato piuttosto misero insomma, specie se pensiamo al rischio elevato che si corre con queste trivellazioni. Come se non bastasse poi, al danno ambientale viene ad aggiungersi la beffa: recentemente infatti, l’on. Nello Musumeci, il quale ha aspramente attaccato il Governatore Crocetta sulle sue politiche di arricchimento della “Sicilia dei fichidindia” ha dichiarato in merito: “Non è pensabile che noi ogni giorno estraiamo milioni di litri di petrolio, lo raffiniamo, inquiniamo il nostro ambiente, poi lo rivendiamo al Friuli, alla Val D’Aosta, in modo da agevolare gli automobilisti di quelle Regioni che pagano il carburante ad un prezzo irrisorio, depauperando i cittadini siciliani di quello che dovrebbe essere un loro diritto.” Il gioco, insomma, non varrebbe la candela.
Unanime il coro sdegnato delle associazioni ambientaliste. Legambiente, in particolare, sposando pienamente l’iniziativa di Greenpeace, denominata “U mari un si spirtusa” ha dichiarato infatti: “Non solo il mare non si spirtusa, ma nemmeno il terreno e soprattutto le aree protette”. Il presidente di Legambiente Sicilia, Domenico Fontana, aggiunge: “Oggi non siamo più nell’Italia del sogno di Mattei, siamo in un Paese che sta perdendo la vecchia industria e non è capace di immaginarne una nuova. La Sicilia è una delle regioni che sta pagando il prezzo più alto in termini di riduzione dei posti di lavoro e di impatto sanitario sulla popolazione, ma questo sembra non aver insegnato nulla. Se la nostra grande industria ha puntato poco sull’innovazione, se ha fatto pochissimo o nulla per bonificare i siti inquinati, se non ha investito in ambientalizzazione dei processi produttivi, lo si deve al fatto che la politica e i sindacati hanno sempre ceduto al ricatto occupazionale. Per usare un’espressione poco elegante, ma molto efficace, si sono sempre “presentati col cappello in mano”.

Scrivi