di Paolo Battaglia La Terra Borgese

Come critico d’arte voglio premettere che grazie al segno, e dunque grazie all’arte, l’uomo ha potuto distinguersi ed evolversi rispetto alle altre specie attraverso la civiltà, di cui la famiglia è il primo nucleo. Se dapprima con il termine famiglia si indicava l’insieme degli schiavi e dei servi viventi sotto uno stesso tetto, oggi, sotto l’aspetto antropologico e sociologico, la famiglia si definisce come gruppo sociale caratterizzato dalla residenza comune, dalla cooperazione economica, e dalla riproduzione (Treccani). La adozione di un bimbo da parte di una coppia di coniugi, impossibilitati o no alla procreazione, bene emula ciò che la natura ha pensato, e bene soccorre un bimbo privo di papà e mamma, e va da sé che un genitore sociale, all’interno di una coppia, non può che essere inteso esclusivamente quale terzo genitore,  cioè compagno/a del genitore naturale, cioè colui o colei che è superstite di un rapporto naufragato. È impensabile e contro natura la procreazione con qualcuno al solo scopo di condividere la genitorialità con terzi.

Credo che l’idea di unione civile ha dato vita a qualche forma di unione covile lontana dalla terzietà.

Non so perché si voglia convertire il nuovo conio linguistico “unioni civili”, identificativo di un fatto sociale, in sinonimo di “unioni gay”, come se le due espressioni avessero un significato fondamentalmente uguale. Lo si fa alla stregua di talune strategie di marketing aziendale che fanno di quella marca il sinonimo della carne in scatola o del cono gelato confezionato. Sembrerebbe esistere una regia sinonìmica in barba al significato stesso di una legge che, in generale, descrive ogni principio con cui si enunci o si riconosca l’ordine che si riscontra nella realtà naturale o umana, e che nello stesso tempo si ponga come guida di comportamenti in armonia con tale realtà. Ritengo che a stimolare l’istituzione delle unioni civili siano state ragioni che nulla hanno a che fare con la sessualità o la religione. Giusta l’attuazione di norme che estendono determinate garanzie, patrimoniali e pensionistiche – e non altre – ad individui diversi dai componenti della famiglia tipica, con la quale questi ultimi hanno in comune solo e soltanto la convivenza sotto lo stesso tetto. È diverso attuare in ragione dell’amore, ed in nome di questo pretendere l’adozione di bambini. Credo che due persone debbano essere libere – come lo sono – di coabitare e, inoltre, di essere giustamente garantite pure, ad esempio, sulla “eredità” di un contratto d’affitto. E credo che ogni confessione religiosa debba essere libera di condividere o meno, secondo i propri convincimenti, e senza cercare di interferire con le volontà politiche di uno stato. Al cittadino non importa, e non deve importare, delle ragioni che hanno stimolato la così detta l’unione civile tra due persone dello stesso sesso, non è per nulla interessante: amici o amiche, amanti, uniti o unite per fare sesso o semplicemente per farsi compagnia, poco importa, anzi, non importa affatto. E non può esservi in questo discussione di religione. Delle unioni civili cambierei la definizione, giacché viene da chiedersi: civili rispetto a che cosa? Forse le altre sono incivili? Direi di no!

Inoltre ritengo che sia ancora poco noto cosa prevede tale ipotesi di legge in caso di  “disunione civile”.

Mi trovo pienamente d’accordo con Oriana Fallaci:

“[…]Con quale diritto, dunque, una coppia di omosessuali (maschi o femmine) chiede d’adottare un bambino? Con quale diritto pretende d’allevare un bambino dentro una visione distorta della Vita cioè con due babbi o due mamme al posto del babbo o della mamma?

E nel caso di due omosessuali maschi, con quale diritto la coppia si serve d’un ventre di donna per procurarsi un bambino e magari comprarselo come si compra un’automobile? Con quale diritto, insomma, ruba a una donna la pena e il miracolo della maternità?

Il diritto che il signor Zapatero ha inventato per pagare il suo debito verso gli omosessuali che hanno votato per lui?!?

Io quando parlano di adozione-gay mi sento derubata nel mio ventre di donna. Anche se non ho bambini mi sento usata, sfruttata, come una mucca che partorisce vitelli destinati al mattatoio.

E nell’immagine di due uomini o di due donne che col neonato in mezzo recitano la commedia di Maria Vergine e San Giuseppe vedo qualcosa di mostruosamente sbagliato. Qualcosa che mi offende anzi mi umilia come donna, come mamma mancata, mamma sfortunata. E come cittadina. Sicché offesa e umiliata dico: mi indigna il silenzio, l’ipocrisia, la vigliaccheria, che circonda questa faccenda.

Mi infuria la gente che tace, che ha paura di parlarne, di dire la verità. E la verità è che le leggi dello Stato non possono ignorare le leggi della Natura. Non possono falsare con l’ambiguità delle parole «genitori» e «coniugi» le Leggi della Vita. Lo Stato non può consegnare un bambino, cioè una creatura indifesa e ignara, a genitori coi quali egli vivrà credendo che si nasce da due babbi o due mamme non da un babbo e una mamma.

E a chi ricatta con la storia dei bambini senza cibo o senza casa (storia che oltretutto non regge in quanto la nostra società abbonda di coppie normali e pronte ad adottarli) rispondo: un bambino non è un cane o un gatto da nutrire e basta, alloggiare e basta. E’ un essere umano, un cittadino, con diritti inalienabili. Ben più inalienabili dei diritti o presunti diritti di due omosessuali con le smanie materne o paterne. E il primo di questi diritti è sapere come si nasce sul nostro pianeta, come funziona la Vita nella nostra specie. Cosa più che possibile con una madre senza marito. Del tutto impossibile con due «genitori» del medesimo sesso.”

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