di Katya Maugeri

Un percorso al femminile tra colore e parole, un incontro tra due donne che amano l’arte, vivono di forti emozioni che identificano in immagini, silenzi, paesaggi e versi poetici.
Il 31 gennaio, presso la Cappella Bonajuto di Catania, è stata inaugurata una mostra che va oltre il concetto stesso di “esposizione”, si tratta del percorso multisensoriale e intermediale “InsulAmata, la pittura poetata”, evento, curato da Daniela Vasta. I suggestivi spazi ospiteranno le opere dal 31 gennaio al 15 febbraio 2015.
Le opere della pittrice Marisa Sapienza e i versi sublimi di Marilina Giaquinta prendono forma diventando l’una parte dell’altra, accompagnati da un’istallazione sonora che insiste sull’effetto litanico, sull’accumulo ecolalico. La poesia crea un filo conduttore che permette al visitatore di entrare pienamente all’interno dei dipinti, i quali diventano, la rappresentazione di versi raffinati e ricchi di pathos. Una prospettiva di colore che si interseca all’infinità delle parole.
Un percorso emozionale che condurrà il visitatore verso l’essenza dell’arte stessa, dove poesia e sfumature si intrecciano per creare emozioni.2

La ricerca delle sfumature, come quella del termine affine al proprio sentire, diventa percorso emozionale. Da questa unione avete realizzato una “pittura poetata”. Qual è il punto di incontro tra colore e parola?

Marilina Giaquinta: «Colore e parola. Credo che non vi sia differenza: vediamo col cervello. Credo che il cervello stenti a distinguerli, nel senso che quando ammiriamo un dipinto allo stesso tempo cerchiamo di esprimere a parole le emozioni che ci ha suscitato. Il colore é parola, anzi parole, è memoria, è senso. E lo stesso è la parola. Non ho mai letto un libro che non contenesse il colore delle parole. Non v’è dunque un punto di incontro, ma, secondo me, identità. Il colore parla, a sua volta, racconta quello che ha visto e quello che ha dentro e che l’artista fa uscire fuori. La maieutica della materia, possiamo dire così, se me lo concedi».

Marisa Sapienza: «Le vibrazioni del colore, le risonanze e le interazioni tra i colori sono per me equivalenti alla logica che governa l’armonia delle parole nel verso, le infinite modulazioni di un discorso musicale. In questo senso la pittura è poesia muta e la poesia dipinge con le parole».

Riscoprire la bellezza in quei soggetti non “poetici”, come ad esempio scheletri di gru, carcasse di vecchie navi. Da cosa è delimitato il confine tra bellezza e poeticità?

M.G.: «La bellezza inclusiva di cui parlava Marisa al VerSissage. Non credo che tutta l’opera dell’uomo sia bellezza, anzi tutt’altro. Baumann dice che il rischio che corriamo è quello di abituarci alla bruttezza del paesaggio che continuiamo a violentare e dentro il quale viviamo ogni giorno della nostra vita. Non so se ci sono riuscita, ma i paesaggi urbani di Marisa mi sono sembrati terribilmente soli ed io ho voluto far parlare quella solitudine e quella disperazione. C’è una poesia che è contenuta ne “Il passo svelto dell’amore”, che è piaciuta a molti, che forse ricorderai e che fa: Presto,/qualcuno mi dica,/qualcuno che sa,/dica./ Se possiamo/ permetterci/ancora,/la grazia/della solitudine.
In fondo, c’è bellezza nella solitudine, ecco potremmo dire così. Non ci sarebbero state pagine sublimi di eterna letteratura, altrimenti, a cantarla. Non credi? Mi vengono in mente alcuni personaggi di Dostoevskij, ad esempio il ruminoso Raskolnikov, la magnificenza onirica di Don Chisciotte, il Bartleby di “I prefer not to” di Melville. C’è la solitudine del mio Achab nella poesia “Cargo”, che è quella a cui sono più legata perché credo mi somigli di più. La solitudine, Katya, nasce dalla ricerca dell’infinito, che fa parte della condizione umana, perché, come ho detto al VerSissage, non c’è Uomo senza cerca di infinito. Senza accorgercene, cerchiamo il nostro piccolo infinito, giorno dopo giorno, sfidando la nostra finitudine e il nostro imperfetto esistere».3
M.S.: «La mia ricerca è volta a superare il confine assegnato per lunga consuetudine al concetto di bellezza: nel senso comune essa riguarda un paesaggio idillico, una natura incontaminata – forse mai esistita! – dalla quale sono espunti i segni del lavoro dell’uomo, della tecnologia, come “non poetici”. Poetico invece è per me lo sguardo che si posa su loro, li innalza e, facendone motivo di canto, vi intravede il vissuto dell’umanità, i segni delle vite che hanno modellato quella terra, raccolto quel sale, costruito e vissuto quelle navi, quelle cose».

La Natura, protagonista indiscussa delle vostre bellissime opere, metafora del mutamento, elementi che cambiano la propria forma per rinnovarsi e continuare a esistere. Metafora di vita espressa attraverso l’arte. In quali condizioni è necessario rinnovarsi?

M.G.: «Hai detto bene: è necessario rinnovarsi. Anzi, forse il rinnovamento è un processo involontario. Ci rinnoviamo, senza esserne consapevoli. E’ un processo continuo: l’esperienza ci plasma e noi duttili cambiamo, secondo una legge che possiamo definire lamarckiana, ci modifichiamo, in ogni istante vissuto, mutiamo, ci trasformiamo. Ormai è noto a tutti che il cervello è plastico e che si modifica anche quando invecchia e cominciano ad assottigliarsi i miliardi di sinapsi. Forse, non è vero che invecchiamo: “rinnovarsi” significa “diventare nuovi” e quindi questo processo continuo e inesausto di rinnovamento che svolgiamo e ci svolge, ci rende nuovi in ogni momento della nostra vita. Io che ho vissuto più di te sono, paradossalmente, più nuova di te… hai mai letto “Il paradosso della saggezza:come la mente diventa più forte quando il cervello invecchia” di Goldberg Elkhonon?…molto interessante. Rinnovamento è contaminazione. Insulamata vuole essere una nuova forma di linguaggio, che mischia gli strumenti espressivi e le forme di comunicazione dell’uomo: la pittura, la metrica dei versi e il ritmo del suono, che non viene “sentito” ma che arriva addosso percepito, ondoso, curvilineo, ecolalico, litaniante, abracadabrante, che esalta il colore e la parola, li evidenzia pur rimanendo una sordina e che parte dalla parola e diventa altro, perde il significato e diventa significante aperto ad ogni emozione che riesca a trasmettere. In fondo, è quello che ho voluto fare ne “Il passo svelto dell’amore”: credo che la parola ha un significato che le deriva dalla sua musica, e che è emozionale e che è diverso da quello che trovi sul vocabolario. Quando scrivo i miei “accapo” li leggo a voce alta e non finisco fino a quando non ci metto dentro la loro musica».

M.S.: «La vita è mutamento incessante, fluidità, apertura al nuovo; la staticità, la rigidità è morte. È questo forse il fil rouge della mia ricerca: la dialettica della vita, lo stupore dinanzi alla meravigliosa ricchezza del mondo e la tensione verso l’infinito».4

“Io sono quella pietra cupa, inanime, aguzza, silicia, fossile, dura, immota. Pietra che il mare non leva, che il tempo non rode” versi della poesia “Lava” che accompagnano l’opera “Magma”. InsulAmata è un inno alla bellezza, al legame viscerale con la Sicilia. Siamo magma e diventiamo pietre, eterne, nonostante le trasformazioni?

M.G.: «La pietra della poesia contiene il magma, è colata lavica che si raffredda e si condensa e si materia, si porta dietro il vulcano che la vomita. Siamo pietre d’anima, siamo l'”insulitudine” del mio adorato Bufalino, pietre fatte di terra ma pietre fatte di mare, perché l’isola non è terra, l’isola per me è mare, perché quando stai nella terra è il mare che guardi, è il mare che vuoi essere, è quell’orizzonte che non è mai linea, è azzurro bianco di nuvole, è azzurro bianco di onde e tu sei lì che ti confondi è colore che si scioglie che scende che sale e tu non lo sai, è cielo che copia il mare o è mare che svapora ed il tuo sguardo non li raggiunge e si sperde e si cerca. Siamo pietre ma non quella di Ungaretti, noi scontiamo la vita, siamo pietre di mare e di fuoco, siamo la forma del magma, siamo quel boato che ci sputa, siamo fragore e scossa della terra e siamo beccheggio di nave e terra che trema, siamo febbre di vulcano che pulsa, siamo strati di tempo che traccia, siamo solco e incandescenza di valle e “strada sbarbata dallo scapicollo”. Siamo questa Isola di pietra, che ha dovuto indurirsi per durare e che dovremmo amare di più».

M.S.: «Proprio così, lo dicevo prima e sono lieta che questa mia visione del mondo si colga così apertamente nelle mie opere (la tua domanda me lo fa credere): qualunque forma ne sia il pretesto, qualunque “figura” esse rappresentino – un albero che tende i suoi rami o una nave che solca le onde – esse cercano la vita e le sue infinite sorprese di bellezza».

K.M.

A proposito dell'autore

Determinata. Umorale. Contraddittoria. Parlare di me? Servirebbe un’altra me per farlo. Riesco ad analizzare, esaminare varie tematiche senza alcun timore, ma alla richiesta autoreferenziale, ecco la Maugeri impreparata! Caos. Ed è proprio in questo caos che trovo ciò che mi identifica, trovo stimolante tutto ciò che gli altri, per superficialità, ritengono marginale, amo trovare e curarne i dettagli. Credo che trattenere i pensieri e sentirli dibattere nella mia mente sia l’essenza della mia “devozione”. Amo scrivere, serve scriverlo?

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