L’attuale Presidente del Consiglio non ha mai nascosto una certa diffidenza nei confronti dei “professori” (intendendo con questo termine i docenti universitari, specie i più importanti), ed in generale della filosofia. Questo è emerso in alcune dichiarazioni pubbliche, in cui noti giuristi, politologi, filosofi sono stati appunto criticati di saperla lunga solo sulla carta, ma di essere in realtà troppo astratti. Poiché la questione del rapporto fra teoria e prassi prescinde dal caso particolare – si tratta infatti di una questione generale, ossia appunto astratta –, può essere opportuno dire su di essa qualche parola.

Innanzitutto, cerchiamo di capire cosa sia quella astrazione alla radice della tanto vituperata astrattezza dei filosofi e dei “professori”. Ebbene: l’astrazione è un processo mentale tramite cui si cerca di prescindere dagli aspetti particolari di singoli enti o situazioni osservate, per derivare da tali osservazioni contenuti generali, che colgano cioè quanto c’è di comune nei singoli enti o situazioni. La politica, che si vanta di essere concreta, pratica, attenta ai casi singoli, dovrebbe in realtà maggiormente sapere astrarre, teorizzare, essere attenta ai contenuti generali, poiché essa si occupa appunto – quando è vera politica – di realtà universali, che riguardano tutti. Considerare l’uomo nella sua universalità, ad esempio, ha costituito il primo passo per la difesa della umanità in molte situazione concrete (penso alla difesa dei nativi americani nel Cinquecento, operata dalla Scolastica aristotelica insistendo sulla loro comune natura umana). Più recentemente, tale considerazione è servita per la stesura della Dichiarazione universale sui diritti dell’uomo.

L’astrazione è un processo mentale rilevante, in quanto sostanzialmente coincide con lo stesso processo della conoscenza. Ciò fu colto già da Aristotele nel I libro della Metafisica. In quel testo egli sostenne che la conoscenza, esigenza profondamente radicata nella natura umana, è un processo che si costituisce per gradi. In estrema sintesi, il livello più semplice è quello che si ottiene attraverso i sensi, ed ha come oggetto enti particolari. Il secondo livello si ottiene col ricordo, con cui quei medesimi enti particolari, quando non sono più presenti, vengono memorizzati. Il terzo livello è costituito dalla esperienza empirica, che si ottiene quando si realizzano molti ricordi di enti particolari. Il più elevato livello di conoscenza – che è però purtroppo anche il più deriso dai politici – era per Aristotele quello propriamente teoretico, che consente di unificare il molteplice mediante principi e concetti universali. Mentre infatti l’esperienza empirica ha per oggetto il “che”, ossia eventi singoli, la conoscenza filosofica ha per oggetto il “perché”, ossia la spiegazione causale di tutti gli eventi. Per la filosofia antica la conoscenza più universale è sempre stata la conoscenza delle cause, ed in particolare della causa prima, in grado di spiegare tutto. Conosce veramente infatti, per Aristotele, solo chi conosce il principio da cui tutto deriva, e dunque il fine a cui le azioni umane devono conformarsi. Chi possiede questa conoscenza non è un teorico astratto, bensì un uomo che, alla luce proprio di questa conoscenza, sa meglio guidare gli altri uomini. Si capisce dunque il motivo di un astio così radicato dei politici verso i “professori”, concorrenti potenzialmente molto pericolosi.

La questione della astrazione non è quindi questione di mera teoria. Senza un corretto processo conoscitivo non si può infatti ottenere un corretto processo decisionale, il che, se questa carenza riguarda la politica, pone gravi problemi per la vita di tutti. Come scrisse in merito Platone, “uno solo è il principio per quelli che devono prendere decisioni in modo buono: bisogna conoscere la cosa su cui si devono prendere decisioni”. Per le cose umane, di cui si occupa la politica, questa conoscenza deve essere il più possibile universale, ossia deve essere anche filosofica.

Il processo decisionale della politica è però purtroppo, da un po’ di anni a questa parte, ridotto ad uno schema che quasi prescinde dalla conoscenza. Grandi gruppi economici decidono, in base al loro vantaggio, cosa si deve fare (Mose, Tav, F35, ecc.); il Governo sostiene la necessità di fare quelle cose (il famoso “Sblocca Italia” è un cumulo di deroghe a grandi opere in precedenza bloccate, in quanto ritenute inutili o potenzialmente pericolose); i politici più vicini al Governo ne difendono a spada tratta le tesi, senza concedere spazio a chi pone critiche (considerato gufo, disfattista, ecc.).

Incuranti di ogni elaborato processo di conoscenza, i politici odierni sembrano già forniti del risultato, ossia della decisione (presa da altri), che si limitano retoricamente a difendere utilizzando tutti gli argomenti – non importa se corretti o meno – che sembrano far tornare i conti. Questo spiega, oltre al tanto spreco di denaro pubblico, anche il livore che li caratterizza quando si confrontano in televisione. In effetti, come scrisse ancora Platone, “non esiste male maggiore che un uomo possa patire che prendere in odio i ragionamenti. L’odio contro i ragionamenti, e quello contro gli uomini, nascono nella stessa maniera”.

L’astrazione è dunque un processo importante, soprattutto per chi si dedica alla politica. Un uomo è infatti tanto più in grado di comprendere, valutare e decidere, quanto più è in grado di astrarre. L’attuale situazione si mostra invece problematica sotto questo rispetto, in quanto, come scrisse lo storico Tucidide, una società che trascura le riflessioni universali è una società in piena decadenza: un ritratto fedele della società italiana di questi anni.

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