“Portare l’arte nei luoghi di detenzione significa fornire al detenuto due immense opportunità: fare un percorso liberatorio, e assaporare la bellezza. Portare in carcere un magistrato vuol dire  offrire al detenuto una vicinanza dell’organo giudicante che, pur costretto per legge a valutare il fatto, non può mai essere giudice dell’Uomo”.

Queste le motivazioni che hanno spinto la scrittrice e magistrato Simona Lo Iacono ad avviare un progetto con i detenuti della Casa di Reclusione di Augusta, con il pieno sostegno e il coordinamento del direttore della struttura Antonio Gelardi, da tempo fautore dell’importanza di fare arte in carcere.

I detenuti saranno dunque coinvolti nella rappresentazione teatrale dell’ultima fatica letteraria della Lo Iacono, il romanzo “Effatà” che tratta i difficili temi della disabilità ai tempi dell’Olocausto, e dell’importanza della comunicazione intesa come apertura all’altro.

Domani, giovedì 12 febbraio, alle 15 si svolgerà il primo incontro dell’autrice con i partecipanti al progetto, che sono già inseriti all’interno del corso di lettura Read and Fly, una delle numerose attività svolte a favore dei detenuti della casa di reclusione.

Il carcere, sorto nel 1987 nella periferia di Augusta, ospita circa 500 detenuti, tutti condannati in via definitiva, e appartenenti alle tipologie  media sicurezza, alta sicurezza, e protetti (ossia ad esempio i sex offenders che non vengono “accettati” dagli altri detenuti ).

“In questo specifico caso, spiega ancora la scrittrice, la presenza della magistratura in carcere serve ad offrire un ribaltamento di ruoli: infatti il detenuto, in Effatà, vestirà i panni del giudice, mentre il giudice vivrà i luoghi della detenzione. E questo scambio dei ruoli e di visioni della vita è sempre fonte di crescita spirituale, perché ci porta fuori da noi stessi, nell’altro”.

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