C’erano una volta i bambini. Tranquilli, ci sono ancora. Però in Italia ne nascono sempre meno, alla faccia della presunta passionalità mediterranea. Sindrome del “bell’Antonio”? Sovraffaticamento del latin lover all’italiana? Pare di no. Pare invece che c’entri la crisi economica, e poi il rinvio delle nozze, e poi la diffidenza per le nozze, e poi l’aspirazione delle donne alla carriera, e poi il desiderio di restare giovanilmente poco responsabili, e poi le mancate provvidenze per la famiglia … insomma, di tutto un po’.

Dicono le statistiche (www.istat.it/it/archivio/na ) che da qualche anno si registra una continua diminuzione della natalità con un ritmo superiore al 2% annuo; siamo così arrivati a molto meno di un figlio e mezzo per donna (i padri, anche da questo punto di vista strettamente statistico, non contano molto). Sarebbe interessante sapere se le perdite per le aziende produttrici di culle, pannolini e biberon potranno essere compensate dall’aumento nelle vendite di profilattici. In ogni caso, è ben lontana l’annata ricca del 1964 con il suo picco di natalità a più di un milione di nuovi nati.

È dunque comprensibile che i bambini diventino sempre più importanti, più protetti, più ricercati, più coccolati; comprensibile, ma non sempre positivo. Non è qui il caso nemmeno di accennare a forme di deviazione bestiale (con tutto il rispetto per gli innocenti animali) come la pedofilia o il traffico di organi; più semplicemente, si può riflettere sull’attenzione non sempre equilibrata dedicata all’età infantile.

Già negli anni del boom demografico ed economico degli anni ‘60 la pubblicità si era accorta della “importanza” del bambino: più facile colpirlo con messaggi espliciti o subliminali, più facile strumentalizzarlo per convincere i genitori a consumare. Ma poi la degenerazione ha coinvolto ambiti e contesti: passi per le scimmiette ammaestrate che cantano e ballano in tv imitando gli adulti, che non di rado imitano gli infanti; passi per gli alunni che, dalla scuola dell’Infanzia all’Università, per i loro genitori sono sempre e soltanto vittime dell’ottusità degli insegnanti; passi persino per i bimbi ridotti a patetiche marionettine di scemeggiati e spot pubblicitari, repliche tardo decadenti della “Bellissima” di Anna Magnani; ma dove si raggiunge l’aberrazione è nel radicale cambio di prospettiva per cui il bambino non è più strumento privilegiato per stimolare la domanda e il consumo della merce, ma merce esso stesso; a rischio di diventare un nativo vegetale, incatenato tra videogiochi e spettacolini demenziali in cui è il finto protagonista.

Ed ecco che non c’è barcone di “migranti che fuggono dagli orrori della guerra” che non contenga una significativa quoticina di bambini, merce da scambiare con la pietà “occidentale” per favorire l’accoglienza; e non c’è cronaca di guerra che non contenga la doverosa relazione sulla quantità di bambini deceduti, nel sottinteso che vecchi, donne e uomini in buona salute abbiano minor motivo di destare orrore. L’infertilità, poi, è ormai diventata una sorta di lesione del presunto diritto costituzionale a possedere bambini; oppure una vergogna a carico della natura matrigna, che la benefica scienza (a pagamento) ha il dovere di correggere stabilendo – ma con l’autonomia garantita a ciascuna Regione dalla Costituzione più bella del mondo – prezzi variabili per ogni tipo di fecondazione. Magari i tribunali non sono del tutto d’accordo tra loro; magari le cliniche operano selvaggiamente commettendo errori gravissimi; magari il Parlamento ondeggia tra compatibilità e incompatibilità dei “donatori” (donatori aggratis, naturalmente; ma ve lo immaginate un normale giovanotto che va per cliniche a regalare il proprio liquido spermatico per ragioni umanitarie?); ma che importa: l’importante è “vendere” nuovi nati e non fare andare all’estero le frotte di potenziali acquirenti. E allora perché fare andare all’estero quelli che desiderano un bambino da adottare?

La confusione, il travestimento degli interessi, la mercificazione della logica è tale che la stessa parola fatica a trovare la via del cervello e dell’espressione, anche solo di rivolta; forse non resta che attendere un nuovo “profeta” che proclami: bambini di tutto il mondo, unitevi! Non vi resta da perdere che le vostre catene.

A proposito dell'autore

Dirigente scolastico

Nato a Catania il 17-8 1948, ha terminato gli studi classici presso il liceo “Cutelli” e umanistici presso la facoltà di filosofia. Docente di Storia e Filosofia nei licei di Paternò, Siracusa, Lentini dal 1974. Nel 1983  promotore e organizzatore, in collaborazione con Comune di Lentini, Società Filosofica Italiana e Università di Catania del Convegno internazionale su “Gorgia e la Sofistica”. Nel 2004 e nel 2005 Coordinatore didattico master di 2° livello università “Kore” di Enna; è stato Supervisore SISSIS a contratto presso università di Catania e assessore alla Cultura e Pubblica Istruzione del Comune di Lentini. Dal 2009 Dirigente scolastico prima a Cremona e ora Paternò.

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