di Katya Maugeri

«Perché i barboni sono come certi cani, ti guardano e vedi la tua faccia che ti sta guardando, non quella che hai addosso, magari quella che avevi da bambino, quella che hai certe volte quando sei scemo e triste. Quella faccia affamata e sparuta che avresti potuto avere se il tuo spicchio di mondo non ti avesse accolto. Perché in ogni vita ce n’è almeno un’altra».

 

Un monologo teatrale scritto da Margaret Mazzantini per Sergio Castellitto “Zorro. Un eremita da marciapiede” un libro da amare, da portare con sé per tutte quelle volte in cui ci sentiamo “diversi” di fronte a tanta indifferenza sociale.
Zorro è un uomo che decide di cambiare la propria esistenza, di abbandonare tutto e vivere per la strada, presso la stazione dei treni, sulle panchine della città, è un uomo arrabbiato ed è proprio la sua rabbia a dare forma e odore alle parole, ripercorrendo il suo passato, ricordando chi era prima di prendere una decisione così drastica. Aveva una casa, una compagna e un cane.mazzantini_1 Era un uomo come tanti altri, ma a un certo punto della sua vita decide di autoescludersi dal sistema sociale fatto di regole e limiti scegliendo di vivere in una condizione che gli permetta di andare oltre ciò tutti vedono. Sullo sfondo dei suoi racconti, ai margini della sua vita vivono gli uomini “normali”, da lui soprannominati “cormorani”. Chi sono i cormorani? Quelli che hanno un letto dove dormire, quelli che amano le loro abitudini, un lavoro e la vita descritta in un manuale da seguire. Zorro decide di gettare via il peso che impone la società, abbandona l’omologazione sociale e si abbandona in uno stato di riflessione che gli permette di avere tempo a sufficienza per fare quello che i cormorani non fanno: “guardo la gente in faccia, ho tempo e posso permettermelo”. Un uomo che rappresenta pienamente gli “emarginati” della nostra società, la solitudine di chi vive in un mondo dove sembra non mancargli nulla eppure l’indifferenza altrui, la frenesia delle giornate, spingono le relazioni sociali ai margini di un marciapiede. Un sistema che emargina e non avvicina le persone. Un breve monologo quello scritto dalla Mazzantini, un percorso di vita, quello di Zorro che attraverso lo stile crudo e diretto dell’autrice ci conduce proprio in quelle strade, ne sentiamo l’odore acre e percepiamo il freddo durante la sera, le notti trascorse su una panchina. Zorro guarda alla vita con occhi diversi, con una profondità tale da spiazzare ogni discorso razionale, lui che ha deciso di vivere senza lasciarsi travolgere dalla fretta, adesso vive con un’intensità che gli permette di arrivare all’essenza delle cose, delle persone, dei silenzi. Pagina dopo pagina veniamo a conoscenza della realtà degli emarginati, di quegli ultimi, di quei vinti che quotidianamente vediamo e riteniamo essere distanti anni luce da noi, dalla nostra realtà. Zorro è un uomo positivo, pronto a ridere e scherzare, un emarginato che osserva il mondo che lo ricorda, un’anima vagabonda. Libera. Zorro_Mazzantini
Lui ride di noi, della frenesia che ci rappresenta, dei nostri limiti mentali, dei limiti che mettiamo dinanzi alle emozioni, di fronte alla vita, ride dinanzi all’incapacità di viverla questa vita che non torna, che non concede una seconda possibilità, deride il nostro modo sciocco di lasciarla scappare. L’intensità delle sue parole, la profondità delle sue riflessioni toccano l’animo umano, è un percorso – questa lettura – all’interno di un mondo che crediamo di conoscere, presuntuosi dinanzi a vicende che vediamo solo da lontano, crediamo di conoscerne i dettagli, questa lettura dimostrerà il contrario. Non conosciamo la loro sensibilità, quella degli emarginati, quelli che posseggono il tesoro più prezioso: il tempo. Pungente e diretto Zorro con le sue descrizioni, con le sue provocazioni cerca di aprire gli occhi al lettore mettendo in luce ciò che di oscuro tendiamo a custodire. La Mazzantini ci regala la storia toccante, intensa di un uomo che attraverso le sue riflessioni ci aiuterà a comprendere la nostra cecità nei riguardi della società in cui viviamo, ciechi di fronte alle apparenze, immobili dinanzi alle ingiustizie alle rigide convinzioni che, per interesse, per comodità, non osiamo cambiare. Un monologo che affascina, travolge, dopo una breve introduzione, l’autrice lascia la parola al protagonista, che racconta la propria storia in prima persona, con un linguaggio rude e violento, con la voce del rancore, del disappunto che odora di strada, del risentimento di chi vive avvolto da un susseguirsi di eventi, non voluti. Il romanzo apre una porta su un mondo a noi sconosciuto, perché ignorato: la strada.Quel mondo in cui passiamo gran parte delle nostre giornate, la strada a noi sconosciuta.L’utilizzo di un linguaggio esplicito, forte, diretto, aiuta il lettore a immedesimarsi e vedere con occhi diversi la società piena di stereotipi, suggerisce una presa di coscienza, permette di vedere una nuova prospettiva. Un inno alla libertà di pensiero, di azione. Un inno alla vita, di quella vissuta in tutte le sue forme, senza limiti di spazio. Siamo tutti un po’ come Zorro, emarginati nel marciapiede dei nostri pensieri, tutte le volte che per timore di sbagliare teniamo per noi le nostre idee, i nostri dolori.

Vagabondi in cerca di una panchina dalla quale vedere la gente passare, sulla quale riposarsi e pensare. Senza fretta.

 
Katya Maugeri

In collaborazione con LetteratitudineNews

 

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