Tosatei, se stè boni, ve porte a Venezia a vardar i siori che magna el geato (“ragazzini, se state buoni vi porto a Venezia a guardare i signori che mangiano il gelato”): così i nonni della campagna veneta ai propri nipoti qualche centinaio di anni fa, dinnanzi al minaccioso antagonismo dei putei indocili e indomabili dagli strumenti usuali della governance familiare.

La mattina catanese del 19 giugno del 20014 tra Piazza Duomo e Piazza Università per serpenteggiare e scoreggiare lungo la Via Etnea si è radunato un numero infestante di ferraristi alla guida delle loro Ferrari. Tra le bestemmie sudate degli automobilisti di miserabili catorci da lavoro in fila per uno, in colluttazione verbale e sacramentata con i vigili urbani, dai Quattro Canti a San Nicola, a Piazza Stesicoro e Piazza dei Martiri pensammo alla Bellezza Condivisa con divisa del Cavallino rampante sull’Elefante-Bove (t’amo, pio bove), pensammo all’Assessorato dei Beni artistici che ha ospitato e  autorizzato la manifestazione rombante che manco Marinetti se la sarebbe immaginata.

Noi, contro tutti gli Epimetei del mondo, amiamo, prometeicamente, le navi-crociera che entrano nella laguna di Venezia a disputarsi lo skyline con i merletti degli edifici signorili di quell’imperiale repubblica marinara che fu.

Noi stavamo cercando di capire in che maniera si potesse condividere la bellezza scorreggiona delle Ferrari tra bugnato bianco e basolato lavico etneo; noi volevamo trovare argomenti di legittimazione estetico-filosofica delle Ferrari a Catania, raschiando fino in fondo le ragioni di Koolhas.

Annaspavamo disperatamente sicuri di finire inghiottiti nel gorgoglio afasico dell’implosione mentale, quando una voce di Passarella di Sopra, frazione di San Donà di Piave  in provincia di Venezia musicò accanto: “Tosatei, se stè boni, ve porte a Venezia a vardar i siori che magna el geato”. Tutti quei signori, siori a vardar,  imbarattolati esplosero in una rumorosa nube di alieni, come di marziani o di animali mostruosi esposti in gabbia. E capimmo che la Bellezza Condivisa è stata quella fornita dallo spettacolo delle scimmiette dorate con la divisa della Ferrari. La ferocia degli ingenui che scopre pietosi e scorreggioni i ricchi ingelatati nelle loro mise ridicole di superaffettata eleganza sportiva up-to-date, coppole di colore estivo-macchina scoperta, pipa serrata tra i denti, mezziguanti di pelle o di corda, gnocca in vetrina da asporto come una quattro-stagioni! La risata … oppio dei popoli? No, è una frusta! È caffeina!

A proposito dell'autore

Docente di Storia e Ispettore Ministeriali Beni Archivistici

Tino Vittorio insegna Storia Contemporanea all'università di Catania ed è Ispettore Ministeriale dei Beni Archivistici. Ha lavorato sulla questione agraria italiana e, in particolare, siciliana tra Ottocento e Novecento, sulla risorsa-mare nella storia dell’Occidente, su storiografia e letteratura (Sciascia, Manzoni). Ha tra l'altro pubblicato: Il lungo attacco al latifondo, Catania 1985; Michele Amari. Memorie sugli zolfi, Palermo 1990; Sciascia, la storia ed altro, Messina 1991; L'ordine e la moralitànegli affari a Catania, Catania 1993; Ristampa anastatica ed introduzione del Piano Regolatore per il risanamento e per l'ampliamento della città di Catania, di Bernardo Gentile Cusa, Catania 1995; La mafia di carta, Rimini 1999; Il parco Letterario di Brancati, Catania 1997; Catania a Pezzi, Ed. Greco 2003; Storia del Mare,  ried. Selene 2005.
 

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