Non passa giorno senza che qualche uomo politico avventato o giornalista bene informato non additi i beni culturali – cioè quel ricco patrimonio di testimonianze archeologiche, di oggetti, di libri e manoscritti, di opere d’arte, di centri storici, di paesaggi, che il lungo passato del Bel Paese ci ha lasciato in eredità e che fa dell’Italia un contesto unico al mondo – come il deus ex machina che ci potrebbe risollevare anche da un punto di vista economico. E ciò è particolarmente vero per la Sicilia, la cui storia plurimillenaria, la ricchezza di località e monumenti d’interesse storico scaglionati in tutte le epoche, la bellezza (di quanto resta) del suo paesaggio e del suo mare, potrebbero fare di questa terra benedetta uno dei richiami di maggiore spicco del turismo internazionale. Basti pensare che la Sicilia ha ben 7 siti riconosciuti dall’Unesco come di valore mondiale, ben più di intere nazioni.

La tutela di questo patrimonio è inoltre un preciso impegno costituzionale della Repubblica Italiana.

Si legge spesso però che questo patrimonio non “frutta” come dovrebbe, e si fanno esempi, anche su giornali di diffusione nazionale, di Musei che andrebbero chiusi in quanto scarsissima fonte di reddito. L’assurdità di questo modo di pensare è palese, e più volte l’ha criticato autorevolmente Salvatore Settis: un museo non deve “rendere”, deve essere testimone di cultura e attrarre visitatori; intorno a questo richiamo deve essere poi preoccupazione del privato creare occasioni di business.

Molto opportunamente, Settis ricorda che nessuno si è mai chiesto quanto renda una scuola media o, aggiungiamo noi, un ospedale: si tratta in tutti i casi di servizi essenziali, mirati al benessere fisico e spirituale della nazione, che dovrebbero rientrare senza esclusione nei compiti fondamentali di un’istituzione statale che si rispetti.

Per rendersi conto della giustezza di quanto stiamo dicendo basta guardare a quel paese a cui tutti si riferiscono quando parlano del corretto sfruttamento economico dei Beni Culturali, gli Stati Uniti. Paese molto ricco di musei (circa 300) che sono tutti visitatissimi: eppure, gli introiti propri non riescono a coprire più del 25% del budget complessivo del sistema museale; tutto il resto proviene da contributi comunali, statali, federali e privati. Allora perché gli Stati Uniti conservano questo così oneroso apparato, se esso è fonte di continue perdite? Per due motivi principali, su cui anche noi italiani dovremmo molto riflettere: perché esso fa parte del sistema educativo nazionale – fondamentale per lo sviluppo della nazione – e, in secondo luogo, perché si calcola che ogni dollaro investito nei Musei ne generi 7 nell’indotto, contribuendo per il 3,5% del prodotto nazionale lordo statunitense. Un investimento perciò che determina un guadagno complessivo del 700%, quindi, che farebbe gola al più avido degli investitori.

E in Sicilia, ci si potrebbe chiedere, come stanno le cose? Con queste premesse, ci si potrebbe aspettare che i Beni culturali dell’isola siano il fiore all’occhiello dell’amministrazione regionale, e che si guardi ad essi come grande opportunità per uno sviluppo non traumatico dell’isola. Le cose non stanno affatto così. Nei giorni scorsi, per prepararmi all’incontro organizzato dagli amici dell’Associazione Nazionale Archeologi, sede della Sicilia, ho fatto un po’ di fact checking sul bilancio della Regione Sicilia e su quanto essa dedica ai propri Beni culturali. Il documento che ho esaminato è un documento ufficiale, pubblicato nel sito web della Regione, relativo alla previsione di spesa per l’anno 2014.

Il risultato è semplicemente devastante: la Regione aveva nel 2014 una previsione complessiva di spesa su tutte le voci di circa 24 miliardi di euro. Di questi la previsione per l’Assessorato ai Beni Culturali era di complessivi 91 milioni, tra somme proprie (48 milioni) e somme provenienti da altre fonti (Stato, Europa, per altri 43 milioni). Si tratta, se calcolo bene, di circa lo 0,35% della capacità totale di spesa della Regione, di cui la metà su fondi propri.

Capisco che quasi il 50% del bilancio regionale (10 miliardi) è impegnato dalla spesa sanitaria, ma è impietoso mettere a confronto quanto la Regione riserva ai suoi beni culturali con altre situazioni: 180 milioni (il doppio!) per le foreste! 615 milioni per la formazione (laddove, fra l’altro, c’è una forte organizzazione statale, che andrebbe supportata e non lasciata agonizzare – pensiamo alle università siciliane, che con il 2% circa di quella somma potrebbero riprendere vita) e via dicendo. Lasciamo al lettore il piacere di rendersi conto da solo come la Regione Sicilia spende i nostri soldi, leggendo il Quadro delle previsioni di cassa per il 2014.

La regione Sicilia deve decidersi, e subito, e bisogna che su questo ci sia una forte posizione dell’opinione pubblica: i suoi beni culturali sono un asset strategico per lo sviluppo del territorio, come lo sono in tutto il mondo? Se lo sono, essa deve fare un serio programma di investimento, sottraendo risorse ad aree che si sono rivelate solo un’inutile greppia per politicanti e faccendieri. Se non fa questo, dichiari il suo disinteresse per quest’aspetto e, come dice giustamente Settis, al limite restituisca la competenza allo Stato, e si dedichi interamente alle proprie ricche e verdi foreste, che come è noto a tutti, caratterizzano fortemente il territorio siciliano.

Semplicemente, così non si può andare avanti. Come cittadino, che versa ogni mese una parte del proprio sudato guadagno alla regione Sicilia, mi aspetto che il governo regionale dia una risposta forte e positiva a queste domande. Altrimenti, che vadano pure a casa: tutti, presenti e passati. E non vengano più a chiedere il mio voto.

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