Sono tutti preoccupati a stabilire se Berlusconi ha perso davvero o per finta; se è al capolinea oppure è ancora sulla breccia; se è nella polvere, o ha perseguito una strategia lucida e sotterranea per restare comunque a galla; se il patto del Nazareno è morto o ancora sopravvive di vita occulta ma non meno virulenta. Pochi si accorgono che Berlusconi ha subito due sconfitte: quella per l’elezione del Presidente, dove è rimasto praticamente escluso senza riuscire, come si suol dire, neanche a mettere il cappello alla scelta effettuata da Renzi e così in qualche modo restare in gioco. Ma quella più grave è la sconfitta all’interno del suo partito, che lo ha costretto a ritenere superato il patto del Nazareno, che lui avrebbe comunque voluto tenere in vita.

Quest’ultima sconfitta è quella più significativa: sta a significare che è finita definitivamente quella armonia prestabilita che vedeva coincidere gli interessi di Forza Italia (o del Pdl ecc.) con quelli del suo Presidente. Il partito, nato come promanazione del suo proprietario e della sua azienda e fatto di suoi cloni o di devoti scelti in base ai loro rapporti di dipendenza o di fedeltà, si è nel tempo profondamente trasformato e ha creato un proprio ceto politico che ha via via separato la propria esistenza e i propri interessi da quelli del suo fondatore. Se questi aveva potuto concepire la propria “discesa in campo” come un mezzo per difendere le proprie aziende e il proprio patrimonio dal pericolo “comunista”, dopo vent’anni questi interessi sono entrati in rotta di collisione con il ceto politico che nel contempo si è pian piano formato. Raffaele Fitto rappresenta l’esempio e il maggior esponente di questa presa di consapevolezza del nuovo ceto politico che si è nel contempo formato e che non vuol inabissarsi insieme al partito del cavaliere in cambio di un suo salvacondotto o di una sua sopravvivenza aziendale.

Eppure questa opposizione interna a Berlusconi, che gli ha inflitto la seconda sconfitta, non solo non è ancora in grado di camminare con le proprie gambe, che sono rachitiche e non reggono il peso di tutto il partito, cioè anche di quella parte di esso che sta con Berlusconi perinde ac cadaver, ma manca verso l’esterno di quel carisma che, per quanto appannato, egli ancora possiede. E infine, è difficile che senza il cavaliere l’elettorato di destra possa resistere al flauto magico di un Matteo Salvini, che ha il vantaggio di lanciare un messaggio semplice, comprensibile, immediato, che risponde alle più profonde pulsioni e paure dell’elettorato.

E allora alla resa dei conti se il ceto politico di FI – vecchio e nuovo – vuol sopravvivere, dovrà affidarsi ancora una volta alle capacità taumaturgiche del cavaliere, inghiottire il Nazareno (la tranquilla disposizione di Renzi è la più sicura testimonianza di questo esito) e sperare di rimanere ancora in sella con la tecnica dei capilista bloccati; come diceva Ovidio, “nec tecum nec sine te vivere possum”. E così alla fine il Berlusconi doppiamente sconfitto ne uscirà vincitore: porterà in porto il patto del Nazareno (l’aver affermato che d’ora innanzi voterà solo le cose che gli piacciono è il sicuro viatico per tenere in piedi il patto) e in tal modo si assicurerà la propria sopravvivenza politica, economica, giudiziaria.

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