Ma si, parliamone. E molto anche: qualunque sia il percorso compiuto, da qualunque ambito ci si muova, se si parla di musica si incrocia il capolavoro assoluto di Miles Davis, Bitches Brew, che non finisce di svelare – come un inesauribile scrigno – i suoi tanti tesori.

L’album non nacque dal nulla. Molte cose pregevoli lo prepararono, sopra tutte Filles de Kilimanjaro, del 68 e In a silent way, del 69. Entrambi seminali, ribollenti, già pieni di quel mood che deve tanto alla funkiness, alla scansione binaria del rock, alle sonorità lisergiche, ai riffs ostinati, ai timbri scuri e un po’ acidi di quegli anni. Sentite quella meraviglia di Shhh Peaceful, con il pedale insistito dell’hit hat di Tony Williams in levare e il basso elettrico di Dave Holland piazzato nei punti giusti a creare una tensione indicibile, una sorta di eccitazione incontenibile, fino a quando non si srotolano i solos di John McLaughlin, Wayne Shorter e dello stesso Davis, che sembrano riesumare l’anima del rock dentro la sottigliezza e la profondità tipiche del jazz.

Ma con Bitches Brew si va oltre. Verso spazi siderali inesplorati. E partendo dalle pozioni magiche di un mondo ancestrale che deve tanto all’Africa quanto all’America, con accenti ora della Spagna più esotica (Spanish Key), ora del brulichio metropolitano degli slums (Miles Runs the Voodoo Down). Quest’ultimo fu poi proposto in un single che arrivò a piazzarsi molto in alto nella classifica delle vendite, insieme a hits del pop e del rock.

Eppure si trattava di una musica di una complessità inaudita. Non vi erano che alcuni centri tonali e modali, intorno ai quali avveniva la costruzione di una fitta, intricatissima ragnatela di suoni, mentre sotto – quasi a ribadire la forza magmatica del progetto – i vamps ritmici disegnavano i soliti percorsi ancestrali in cui si svolge la trama.

Miles Davis:Layout 1L’analisi dettagliata della costruzione dell’album, delle diverse takes, dei tanti ed inediti interventi produttivi nella masterizzazione finale (pratica già iniziata con In a silent way), della struttura melodico-armonica dei brani è proposta in quello che è forse il saggio più ponderoso finora scritto sull’argomento, Bitches Brew, Genesi del Capolavoro di Miles Davis, di Enrico Merlin e Veniero Rizzardi. Puntiglioso, aneddotico, rigoroso, il testo prepara il tema con una lunga sezione dedicata alle opere precedenti, sviscera la gestazione e la nascita dell’album, e si chiude con quelle che possiamo definire senza dubbio le schede cronologiche e discografiche più complete attualmente esistenti.

Ci piace chiudere con le parole degli autori:

18 agosto 1969. Mentre si ripulivano i prati di Woodstock, Miles Davis portò in studio un’ orchestra senza precedenti……in tre mattine si registrò un disco la cui portata storica fu subito chiara. Fin dalla sua pubblicazione, Bitches Brew ridefinì il campo della musica contemporanea e influenzò intere generazioni di musicisti e di ascoltatori.

A proposito dell'autore

Esperto in processi di comunicazione, psicologo

Si laurea in psicologia sperimentale a Roma. Dopo esperienze lavorative nell’ambito psicopedagogico inizia la sua attività in ambito sanitario. Contemporaneamente collabora con l’Università di Roma prima e di Catania poi come cultore della materia. Dal 2003 al 2009 è docente a contratto di psicologia della comunicazione presso la Kore di Enna. Ha pubblicato numerosi articoli scientifici e due volumi, uno su “Le strutture profonde della comunicazione” e l’altro su “il corpo disabitato: fenomenologia del fitness”. Dal 2008 cura i processi comunicativi dell’ASP 7 di Ragusa. Dal 2011 svolge attività pubblicistica per testate on line e la rivista “Le Fate: identità e cultura siciliane”. L’area dei suoi interessi va dalla filosofia alla musica al cinema.

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