di Agnese Maugeri

Catania – Non sono ancora chiare le motivazioni che hanno indotto il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo a non accettare la richiesta del Teatro Stabile di Catania  e del Teatro Biondo di Palermo di diventare Teatro di Interesse Nazionale ma ad annoverarli come Teatro di Rilevato Interesse Culturale.

50 anni di storia, di spettacoli e cultura non sono bastati per aggiudicarsi una pregiata promozione, eppure il Teatro Stabile di Catania è il terzo teatro stabile d’Italia per anzianità e ha notevolmente contribuito a scrivere memorabili pagine nel nostro panorama culturale.

Questa squalifica pesa ancora di più se si pensa ai finanziamenti possibili per il triennio 2015-2017 da cui il teatro senza la nomina a “nazionale” è stato escluso.

Il Teatro Stabile non è entrato da solo nella categoria dei Tric (teatro di rilevato interesse culturale) ma insieme al Teatro Biondo di Palermo così, secondo quanto stabilisce la Riforma Franceschini, nessun teatro Siciliano sembrerebbe essersi meritato il passaggio a Teatro d’interesse Nazionale.

Poco tempo addietro avevamo intervistato il direttore del Teatro Stabile Giuseppe Dipasquale il quale era molto fiducioso del passaggio a “nazionale”, il teatro secondo il direttore aveva tutte le carte in regola ma soprattutto i numeri giusti per poter accedere a quella categoria. Oggi Dipasquale insieme al Presidente del Teatro Stabile Antonio Milazzo sono basiti per la scelta presa dal Ministero: “Francamente eravamo e siamo convinti di avere tutti i numeri per farcela. Siamo, anzi eravamo il terzo Stabile d’Italia per anzianità. In oltre mezzo secolo abbiamo scritto pagine importanti della storia del teatro italiano. Anche negli ultimi anni abbiamo prodotto spettacoli pluripremiati e campioni d’incasso in tournée. Sul territorio agiamo poi da quasi un decennio come un vero e proprio istituto di cultura. E senza mai adagiarci sugli allori, abbiamo affrontato nelle ultime stagioni una crisi funesta. Ciò nonostante, abbiamo lavorato per soddisfare tutti i parametri richiesti dal decreto ministeriale, verificando con orgoglio di poterli attuare. Non riusciamo perciò a comprendere le valutazioni del Mibac, e ci riserviamo di commentarle – e agire di conseguenza – solo dopo avere appresso le motivazioni che hanno portato all’esclusione dello Stabile etneo, insieme a teatri di grande tradizione come quelli di Genova e di Palermo, dal novero dei teatri nazionali. Di una cosa siamo certi: la nostra tradizione non verrà uccisa da una decisione allo stato attuale ingiustificabile”.

MINOLTA DIGITAL CAMERADa Palermo arrivano anche i commenti dei consiglieri comunali di Idv Filippo Occhipinti e Paolo Caracausi secondo i quali in questa regione la “programmazione” è una parola sconosciuta, i due politici sostengono: “Avevamo avvertito della pochezza della proposta fatta per la candidatura a Teatro Nazionale, ma come al solito si va alla cieca, il teatro Biondo è ormai a un bivio e i soci devono fare estrema chiarezza su quale sia il futuro di un pezzo di cultura di Palermo e di 44 lavoratori che sono stati chiamati più volte negli ultimi anni a contribuire, con grandi sacrifici per le loro famiglie, al risanamento del Teatro. Inoltre la passata gestione ha prodotto delle voragini nel bilancio e il consiglio di amministrazione, presidente in testa, non rende pubblici i bilanci negando ai cittadini il diritto di sapere come vengono spese le proprie tasse. Chiederemo agli uffici del Comune se, in qualità di socio con tanto di rappresentante in cda, Palazzo delle Aquile ha acquisito copia dei bilanci visti i cospicui finanziamenti versati, che prima si attestavano oltre i 5 milioni di euro e oggi sono ridotti a 2. Vogliamo capire, inoltre, perché non sia ancora stato erogato al Biondo il contributo comunale 2014. Il Direttore Alajmo è stato lasciato solo, dov’è la giunta Orlando? Questa ennesima bocciatura, seppur digeribile per il Teatro da un punto di vista economico, non può essere digerita dalla città e dai palermitani che ricevono l’ennesimo schiaffo”.

Il sindaco Enzo Bianco sorpreso dalla spiacevole notizia, ha parlato di un “clamoroso errore” e intende chiedere al Ministero un riesame per tornare sulle proprie decisioni, del resto l’intero Ente Teatro di Sicilia è stato spazzato via, cancellato con un colpo di spugna, il sud non rientrerebbe in un settore culturale di rilievo nazionale, proprio quel sud che per straordinaria tradizione ha costituito una parte centrale della storia del teatro italiano.

Bianco rafforzando il concetto afferma: “La cultura italiana non si ferma a Napoli, e Stabili come quelli di Catania e Genova, dalla straordinaria tradizione e che hanno fatto la storia del teatro nazionale, non possono essere mortificati così, tagliati con un tratto di penna.  Lo stesso vale per il Biondo di Palermo. Occorre dunque che la commissione consultiva per la prosa torni sui suoi passi e corregga il tiro”.

Il segratario della Uil di Catania Fortunato Parisi in merito alla questione si pone vicino ai lavoratori del Teatro Stabile sottolineando che la sconfitta e soprattutto da parte della politica, poiché con questa disfatta anche i parlamentari siciliani hanno sprecato un’occasione: “La Uil di Catania, che assieme alla UilCom aveva denunciato nei mesi scorsi con un video l’inquietante ipotesi di vedere presto il cartello “chiuso per tagli” sullo Stabile e sul Bellini, è pronta a ogni iniziativa sindacale e legale contro la decisione del Ministero. Chiederemo a uno straordinario siciliano, il nuovo segretario nazionale della Uil Carmelo Barbagallo, che sia lui a guidare la nostra iniziativa per una battaglia di giustizia e civiltà chiamata Teatro Nazionale Stabile di Catania”.

Anche per Sic Cgil e per la Camera del lavoro di Catania si tratta di un’ingiustizia sulla quale bisogna fare luce e chiarezza, sul declassamento il segretario generale della Cgil Giacomo Rota, quello della Sic Davide Foti e Giovanni Pistorio segretario confederale annunciano:“Le azioni di denuncia saranno sostenute a qualsiasi livello, per far si che vengano rispettate le regole e affinché i titoli del teatro possano essere riconosciuti. Con il mancato inserimento dello Stabile nella lista dei teatri di interesse nazionale, è stata colpita negativamente un’ intera collettività, il suo lavoro culturale e il suo vissuto; il Teatro Stabile di Catania infatti, per storia é il terzo d’Italia. Per raggiungere l’obiettivo sperato, in questi ultimi anni sono stati fatti sacrifici immensi e corali, soprattutto dall’organo di gestione dell’ente, dalla direzione, ma anche dagli addetti, dagli attori e dal pubblico.Tutti i parametri previsti dalla legge sono stati abbondantemente soddisfatti nonostante fossero proibitivi. Nonostante i tagli dei trasferimenti dalla Regione, lo Stabile catanese si è confermato come uno dei più apprezzati e premiati di Italia; attori e maestranze ci vengono invidiati da tutti, la scuola di recitazione è tra le più quotate in Italia. Nonostante ciò, lo Stabile è stato ridotto dal governo nazionale a teatro regionale. Si è voluto, con ciò, fare un favore a qualcuno a discapito di altri? Noi pensiamo di si, ed è perciò che chiediamo che i rappresentanti catanesi nelle istituzioni politiche agiscano rapidamente e duramente per sanarla”.

Le parlamentari del partito democratico Luisa Albanella, Camera dei Deputati, firmataria di un’interrogazione al Ministro in merito all’annosa questione e Concetta Raia dell’Ars, in una nota congiunta dichiarano: “Il teatro Stabile di Catania, cosi come il Teatro Biondo di Palermo, ha tutti i requisiti per essere annoverato tra i teatri nazionali, avendo lavorato con passione e avendo prodotto negli ultimi anni spettacoli pluripremiati e campioni d’incasso in tournée e riconosciuti tra i teatri più antichi di Italia. Il Teatro Stabile di Catania in oltre mezzo secolo ha scritto pagine importanti della storia del teatro italiano e negli ultimi anni ha agito sul territorio come un vero e proprio istituto di cultura e ha affrontato, nonostante la crisi, le ultime stagioni con l’impegno di soddisfare tutti i parametri richiesti dal decreto ministeriale, verificando con orgoglio di poterli attuare per questi motivi risulta incomprensibile il mancato riconoscimento. Vogliamo sapere – chiede Albanella nell’interrogazione – quali siano state le reali motivazioni che hanno escluso il Teatro Stabile di Catania e il Teatro Biondo di Palermo tra i teatri nazionali, avendo questi lavorato per soddisfare tutti i parametri richiesti dal decreto ministeriale”.

Convocare con urgenza la Commissione Culturale dell’Ars è la richiesta avanzata da uno dei suoi parlamentari Nello Musumeci, secondo il quale, l’esclusione di tutti i teatri siciliani dalla lista “nazionale” comporterà una perdita di fondi notevole per le strutture. Ciò che più procura Musumeci è il silenzio assordando del mondo della cultura, ha così dichiarato: “Anche sulla cultura l’Italia si è fermata a Napoli. Leggo con sgomento che nessun teatro siciliano è stato inserito dal governo Renzi nella lista di quelli di prima fascia. nonostante l’isola sia ricca di produzioni ed eccellenze. Mentre tutti sono in crisi, alcuni teatri siciliani, come lo Stabile di Catania e il Biondo di Palermo, hanno raggiunto percentuali di crescita notevoli, ma a Roma non interessa: i teatri siciliani restano esclusi senza alcuna giustificazione. Questa è la terra di Pirandello, di Angelo Musco, di Turi Ferro, di Leonardo Sciascia e oggi di Pino Caruso e di Andrea Camilleri, solo per fare alcuni nomi, una terra mortificata e tradita”.

Una situazione critica ma anche se il dado sembrerebbe tratto il Teatro Stabile non demorde, la cultura è un bene comune di tutti, anche dei siciliani e per tanto ha bisogno di sostegno, speriamo che questo pensiero arrivi sino a Roma e che sia intuito e condiviso dal Ministero.

Agnese Maugeri

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