“Ma tu, allora, che cosa proponi?” – mi replicò un amico al quale stavo confidando tutte le mie perplessità  sull’attuale politica dell’immigrazione. E rimasi con parole incerte, senza ancoraggio e senza direzione, come un aquilone che abbia perso la mano e il filo da cui dipende il senso dei suoi percorsi.

Ma, poi, mi ricordai di Whalapindi (nome di fantasia, corpo e anima veri come quelli di tutti gli altri immigrati, sopravvissuti o morti nel tentativo di arrivare in Italia). Voi non la conoscete, certo; eppure la riconoscereste facilmente per i suoi grandi occhi neri sul minuto personale avvolto nei lunghi, morbidi tessuti finemente decorati tipici del suo Paese; per il garbo di modi  gentili  dentro l’involucro del tratto modesto; per il sorriso luminoso che brilla nella cornice dei capelli nerissimi.

Whalapindi è venuta da molto lontano, da un Paese dove la natura è ancora splendida, ma la miseria è cattiva come ovunque nel mondo; non si è affidata a mercanti di esseri umani, non è salita su barconi carichi di false speranze e di vera schiavitù, non ha cercato sotterfugi e scorciatoie ma, pazientemente, ha atteso per anni di potere ricongiungersi al suo uomo da tempo impiegato in Sicilia in un’azienda agricola. E appena possibile, ha preso i suoi due splendidi bimbi e i suoi pochi bagagli ed ha attraversato il mondo sulle tracce di un futuro migliore.

Migliore, ma non tanto. Whalapindi ha ritrovato l’integrità della sua famiglia, ha visto i suoi bimbi adattarsi felici nel nuovo mondo, ma ha dovuto anche sperimentare la potenza – positiva o negativa – del linguaggio, della “parola”, di quella “cosa dal corpo piccolissimo” capace di generare la pace o la guerra, l’odio o l’amore, l’amicizia o la discordia, la finzione che si fa verità come nel teatro, o la verità che si fa finzione come spesso accade nei mass media . E la solitudine: impossibilitata dall’estraneità alla lingua corrente a relazionarsi con il modo esterno alla sua famiglia, messa in difficoltà dalla necessità scolastica dei suoi stessi bimbi di parlare il più possibile in italiano, Whalapindi poco alla volta si è rinchiusa in se stessa, sempre più si è sentita impotente, ha sofferto la mancanza del suono del suo stesso nome nella voce  di altri esseri umani. Ed ha perso il sorriso.

Whalapindi non ce l’ha fatta: ha dovuto riprendere i suoi bimbi e i suoi bagagli e tornare nel suo Paese, dove la miseria è nera come i suoi capelli, ma dove le è ancora possibile sentire risuonare il suo nome nella bocca di un’amica, e scambiare un saluto e un sorriso. Lei non è “protetta” da nessuna cosca; lei non è debitrice schiavizzata di nessun trafficante; lei non ha alcuna intenzione di vendere il suo corpo, né di tradire la sua famiglia. Si è trovata impotente, boccheggiante in un mare di indifferenza e di solitudine, senza voce, senza parole. Non le è rimasto che arrendersi.

I processi migratori sono una cosa terribilmente seria, e non possono essere affrontati con gli strumenti subculturali del razzismo fintopatriottico, dell’egoismo tardodarwiniano, ma nemmeno del buonismo con sconti da saldi di fine stagione, del “salvataggio di uomini in mare”, del soccorso a qualunque costo contro tutti i mali di tutto il mondo. Né, tantomeno, è legittima quella carità pelosa per cui con un occhio si guarda ai disperati che arrivano per mare, con l’altro ai miserabili guadagni sui soldi che girano per l’assistenza. Per cui il ministro Alfano Angelino farebbe bene a ripensare tutto il sistema dell’accoglienza e dell’integrazione invece di sbraitare per chiedere soldi a tutta l’Europa per scelte legislative che sono soltanto italiane: sembra ormai chiaro come non sia più differibile non lo sganciamento irrazionale di danari, bensì una legislazione comune dell’Europa sulle norme di accoglienza dell’immigrazione. Solo da questa base di partenza può derivare un comune impegno in grado di non abbandonare a se stessi la Sicilia e i suoi comuni, i centri di accoglienza, gli stessi immigrati.

A volte, pare proprio che  mass media e politicanti facciano a gara nel prenderci per i fondelli: parlano di “salvataggi”, ma in sostanza si tratta di una specie di (involontario) concorso esterno in traffico di esseri umani, perché si vanno a prendere a seguito di chiamata telefonica dei barconi che sono partiti esattamente con lo scopo di farsi soccorrere; parlano di “accoglienza”, ma in realtà i profughi vengono deportati e abbandonati in strutture fatiscenti, oppure rimpatriati, oppure lasciati “scappare” e andare a ripagare trafficanti che li tengono in pugno; parlano di “assistenza”, ma c’è scarsa trasparenza sui costi e sulle intermediazioni in fatto di pasti, di locazioni, di interventi “caritatevoli”. Non sarebbe male se l’Angelino ministro facesse chiarezza su questo sottobosco: sicuramente, gliene verrebbe maggiore autorevolezza quando tornerà a chiedere soldi agli altri europei. E c’è da sperare che il prestigio internazionale dell’Italia non venga compensato dal Consiglio Europeo con la beffa vergognosa di un Alto Commissario Europeo all’Immigrazione.

Ma Whalapindi è tornata: ha recuperato tutta la sua forza gentile, e ha deciso di sacrificare se stessa per il suo uomo e per i suoi bimbi. E invece, un’occasione fortuita ha consentito di sviluppare un progetto scolastico con le mamme di alunni, cosicché Whalapindi ha potuto familiarizzare con la lingua, parlare del suo Paese e dei suoi canti, mostrare le sue ricette, fare amicizie, sentirsi chiamare per nome, insegnare alle altre mamme il saluto con le mani giunte vicino al cuore, un inchino, e un sorriso.

Ora posso dire a quel mio amico: a quanti altri immigrati sarà possibile ricevere lezioni di italiano o di altra lingua comunitaria che gradiscano? Quanti potranno contare su professionisti della formazione che li aiutino a trovare lavoro o comunque a costruirsi delle competenze? A quanti sarà possibile entrare in Europa con mezzi e tempi normali, in un quadro legislativo e normativo condiviso, senza doversi affidare ad un percorso di soprusi e brutalità? È su queste azioni che si gioca il futuro delle politiche sull’immigrazione, non sul recupero di improbabili barconi, sul salvataggio di metà dei profughi che si affidano ai nuovi schiavisti mentre l’altra metà continua ad annegare, sull’arresto di qualche scafista appena meno disperato dei profughi che trasporta.

A proposito dell'autore

Dirigente scolastico

Nato a Catania il 17-8 1948, ha terminato gli studi classici presso il liceo “Cutelli” e umanistici presso la facoltà di filosofia. Docente di Storia e Filosofia nei licei di Paternò, Siracusa, Lentini dal 1974. Nel 1983  promotore e organizzatore, in collaborazione con Comune di Lentini, Società Filosofica Italiana e Università di Catania del Convegno internazionale su “Gorgia e la Sofistica”. Nel 2004 e nel 2005 Coordinatore didattico master di 2° livello università “Kore” di Enna; è stato Supervisore SISSIS a contratto presso università di Catania e assessore alla Cultura e Pubblica Istruzione del Comune di Lentini. Dal 2009 Dirigente scolastico prima a Cremona e ora Paternò.

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