In un documento di questi giorni, un funzionario ministeriale scrive al responsabile di una importante struttura decentrata: «la fattura n. XXXX/A/YY (F2F – segue il nome di una città) risulta di € 0,01 superiore rispetto al mandato n. ZZZ (cert. 2) e all’importo riportato sul REND. Presumo che la ditta vi abbia applicato uno sconto, pertanto, chiedo di inserire in Gestione documentale (REND) una dichiarazione della ditta, firmata dal DS/DSGA e timbrata, in cui si attesta il caso».

Che cosa può dirsi? Occorre riconoscere che situazioni di questo tipo, magari non così estreme, ne incontriamo tante nel nostro lavoro. Una mia amica è stata sottoposta a indagine penale per una violazione amministrativa mi pare di 68 euro, dovuta a un errore del commercialista.

Io credo che il problema principale sia di carattere culturale. Non sono le leggi che fanno buona la società. Piuttosto, è una buona società che fa buone leggi. E le leggi che proliferano non contribuiscono, di fatto, a migliorare la società. Anzi. La crisi che attraversa il nostro Paese mi sembra in primo luogo culturale: non mostriamo capacità progettuale, non facciamo innovazione, la nostra ricerca è modesta in tutti i campi e pubblichiamo libri brutti, segnatamente all’Università.

Nell’epicentro della crisi stanno i giuristi, che hanno avuto e hanno il monopolio delle regole del gioco sociale. I sovrani assoluti e poi quelli illuminati avevano accanto come consiglieri e protagonisti gli ecclesiastici e i giuristi (i giureconsulti), forti del loro latinorum (quello sia di don Abbondio che dell’Azzeccagarbugli). I grandi giuristi del medioevo scrivevano i loro consilia in ragione largamente dei benefici e dei privilegi che ne traevano dai principi e sovrani: terre, possedimenti, denaro, donne, magistrature. Bartolo da Sassoferrato, il più celebrato giurista penalista del medio evo, nel 1340 con un consilium al vescovo di Novara che non sapeva che fare con una strega scrisse che le streghe per giusta regola si devono bruciare ma che se la strega avesse ammesso le sue colpe, riferendo nei dettagli il suo rapporto col diavolo, e si fosse seriamente pentita la Chiesa nella sua nota benevolenza avrebbe potuto tenerla in carcere per tutta la vita. Ancora nel 1734 il manuale di diritto criminale di Renazzi, in tre volumi, era scritto in latino. E perfino Renazzi espresse una posizione non chiara sulla stregoneria.

Che nesso c’è?

Nel 1724 sul piano di sant’Erasmo a Palermo vennero bruciati suor Geltrude e fra’ Romualdo e nel 1732 sullo stesso piano fu bruciato il prete ereticale Antonio Canzonieri di Ciminna.

La complicazione delle regole stabilizza il potere dei giuristi, e dei tecnici dei vari settori: che dovrebbero suggerire orientare e governare la semplificazione. C’è quindi un problema di cultura – innanzitutto – giuridica, quindi di formazione dei giuristi: che è compito dei giuristi. Ma ci sono pure interessi, innanzitutto del ceto dei giuristi.

Nella complessità della nostra società e delle nostre attività le semplificazioni non si possono fare con l’accetta: sta succedendo qualcosa del genere, anche sotto la spinta di posizioni populistiche giustificabili? Le semplificazioni presuppongono visione ampia dello Stato e consapevolezze sistemiche, che dovrebbero essere caratteristiche degli addetti ai lavori, che invece difendono i loro privilegi e comunque le loro posizioni. Il riferimento, per esempio, ai notai è assolutamente voluto.

Ci sono poi le lentezze dell’evoluzione culturale generale, che riguardano in particolare le tecnologie, e che sembrano più comprensibili. Ma rispetto a cui bisogna fare formazione. Mi riferisco all’informatizzazione dei servizi e delle pratiche: produciamo in forma elettronica documenti che trasformiamo in forma cartacea e che poi trasmettiamo in forma elettronica e che poi vengono trasformati nuovamente in forma cartacea e che poi ancora vengono conservati in forma elettronica e così via. Per questo ci vorrà del tempo, certo, ma è necessario che si lavori di più, per velocizzare i servizi e le pratiche amministrative.

Io continuo a essere convinto che non è con le leggi che può realizzarsi la semplificazione, ma con le buone pratiche, e con la buona volontà, distante dagli interessi costituiti e consolidati.

Cominciamo, per favore, a cambiare gli studi universitari. Perché oggi nel nostro Paese la formazione dei giuristi (e dei futuri burocrati) è orribile. Burocratica è appunto, innanzitutto, la cultura dei giuristi, che poi ha un effetto innesco su tutto il resto del garbuglio, e dell’intreccio. E gli studi universitari si cambiano dal basso, coi contenuti degli insegnamenti e delle lezioni. E anche con l’esempio e con le buone pratiche.

A proposito dell'autore

Ordinario di Diritto Penale all'Università di Catania

Salvatore Aleo, professore ordinario di diritto penale e criminologia nell’Università di Catania, è nato, si è laureato e vive a Catania, si è sposato due volte e ha tre figli. Ha studiato soprattutto teoria della responsabilità e teoria dell’organizzazione, con riferimento prima alle forme di criminalità organizzata e poi alle strutture e alla funzione sanitarie. Ha pubblicato numerosi volumi nonché manuali, di diritto penale e criminologia. Ha fatto parte delle commissioni di concorso della magistratura, di abilitazione alla professione di avvocato e di riforma del codice penale. Insegna nei corsi di laurea di scienze dell’amministrazione e di psicologia. Nel tempo libero legge e dipinge.

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