di Daniele Lo Porto

CATANIA –  E’ un evento mondano più che la presentazione di un libro. Il libro di per sé è una raccolta di  pensieri e  parole di milioni di siciliani. Quasi tutto noto, mangiato e digerito, non senza mal di pancia. Pietrangelo Buttafuoco scrive lo stato d’animo dell’uomo qualunque, ma lo espone con la durezza che gli è propria. Su carta e a voce, davanti a una platea variopinta. Dovrebbe essere di destra, se questa è la matrice politica del giornalista-scrittore, in realtà è più composita, infarcita di panna democristiana, fresca ma anche rancida: che va dal correlatore Giampiero D’Alia all’inossidabile ex senatore e sindaco brontese Pino Firrarello, che in una serata di contropotere non rinuncia, lui, potente per tutte le stagioni, a ribadire il suo status con il posto, al tavolino, in prima fila. C’è anche il potere di ieri, appena più defilato, dalla parte opposta della sala, in piedi, strategicamente vicino all’uscita: un abbronzato Francesco Poli, ex gran visir della sanità siciliana, che nel lombardismo ha vissuto la sua stagione di massima espressione e arroganza. Sono speculari Firrarello e Poli   fotografati nello status attuale: il primo seduto, l’altro in piedi. La loro presenza sa quasi di pellegrinaggio alla Mecca, per espiare colpe antiche e recenti, per accreditarsi come lontani da quel potere che Buttafoco in “Buttanissima Sicilia” colpisce violentemente.  Da Cuffaro, addirittura rimpianto dai siciliani, a Lombardo e Crocetta: si spazia nel tempo, si analizza lo stato  di un’autonomia malata dal suo nascere , come ricorda Nello Musumeci, che si è cercato di rilanciare e rinnovare rispolverando chissà quali ideali. Buttafuoco, en passant, ammette di averci creduto nell’autonomia di Raffaele Lombardo, del quale è stato anche protagonista accettando la prestigiosa carica di presidente del Teatro Stabile. Ci ha messo qualche anno, lo scrittore-giornalista, per capire quello che tutti sanno e sapevano su certi modi di fare politica.. ma alla confessione dello scrittore non segue il pentimento, altrimenti eviterebbe di continuare a contaminarsi con le scorie del peggiore lombardismo.
Massimo Russo, ex magistrato o ex assessore tornato magistrato?, si autoassolve: “Sono stato all’inferno, mi sono bruciato, ma ne sono uscito pulito”.  Per lui siamo già in una stagione oltre i professionisti dell’antimafia: gli attuali antimafiosi vantano master virtuali e riconoscimenti accademici. Le cosche si combattono quotidianamente, in silenzio, senza proclami a passerelle mediatiche. Buttafuoco rilancia con la definizione della “mafia dell’antimafia”, per la quale è giusto che una persona che ha coraggiosamente denunciato il racket del pizzo venga nominata, senza alcuna competenza, presidente di un ente e, con riflesso condizionato da politico di razza, ci piazzi subito parenti e affini.
Crocetta campeggia, in questo quadro desolante e desolato. Alla desertificazione politica, morale, istituzionale lasciata da Lombardo c’è ancora di peggio, grazie all’ “isteria autoreferenziale”, come la definisce Musumeci, del governatore, sempre più solo e, quindi, sempre più innamorato di se stesso.
Ruggero Razza e Manfedi Zammataro dirigono il traffico. Dibattito serrato, appassionato, seguito con attenzione in una sala, Zo, tempio della sinistra chic e snob. Adesso, al prossimo Buttafuoco.

Daniele Lo Porto

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