Marco Iacona –

Catania, l’aula al primo piano del palazzo della cultura è pienissima. C’è Massimo Cacciari, filosofo e altro ancora. Qui per ricordare Manlio Sgalambro, filosofo non accademico. Il “Caro misantropo” per citare un volume che sta per uscire per i tipi della “Scuola di Pitagora” che raccoglie testimonianze e inediti sullo studioso di piazza Vittorio Emanuele. C’è un mio contributo insieme a quello degli amici Domenico Trischitta e Antonio Carulli. Quest’ultimo cura il libro insieme a Francesco Iannello.
20 aprile: uomini e donne a darsi appuntamento, da giorni. Professori, curiosi, intellettuali, giornalisti, presenzialisti e signore conquistate dal bel Massimo: chioma corvina, barba sale e pepe. Colto e carismatico. Che gli manca? Accanto a lui studiosi ma soprattutto amici o estimatori di Sgalambro, che in città viveva pressoché isolato ma che non disdegnava affatto compagnia, cucina e certo sano divertimento (in musica, naturalmente). Tra gli altri a raccontare l’uomo, il nipote Franco che gli somiglia in modo impressionante. Che dire? Lo zio gli diede fiducia ai tempi delle lezioni di guida e lui non l’ha mai dimenticato. A parlare dello studioso invece Roberto Fai, Paolo Manganaro, Giancarlo Magnano San Lio, Caterina Resta, Rita Fulco, Riccardo Insolia, Alfio Siracusano e un Enzo Bianco che non si lascia sfuggire l’occasione di sedere tra bella gente. Gli intitolerà un luogo, non proprio una strada o piazza: è il refrain dell’ultimo periodo.
Il pomeriggio è caldo, e quante facce conosciute! I siciliani sono come i sansepolcristi: in “migliaia” andavano a far visita a Sgalambro. Oggi sono tutti qui. “Migliaia” le interviste in attesa di editore. Quanti gli sgalambriani orfani di padre? La Fulco si è vestita di nero: s’usa, ha detto in principio di discorso. Così com’era accaduto in rettorato il pubblico osserva un minuto di silenzio, chiesto da Bianco: «siamo tutti scossi per la tragedia del Mediterraneo». Il primus inter pares – mi adeguo al frasario cacciariano – l’ha conosciuto da sindaco, il filosofo lo fiancheggiò durante “l’estate catanese”.
Cacciari parla per ultimo, il pubblico rumoreggia come aveva fatto per Rosario Crocetta. Per motivi opposti: l’uno era meglio tacesse, dall’altro si attendevano lumi. Recondita armonia di cervelli diversi. Apre le danze Fai: «nel 1982 all’antico lavatoio di Lentini insieme a Sebastiano Addamo e Pietro Barcellona, Sgalambro assurgeva alle vette del pensiero con la “Morte del sole”». Si tratta del libro più noto del filosofo, in cui si parla del «vero», pensieri come sentenze o viceversa, sorta di “Barbiere di Siviglia” di Rossini: c’è chi conosce solo quello. «La sua successiva produzione non fa che confermare la cifra del suo pensiero».
Caterina Resta ricorda gli influssi di Schopenhauer e Spinoza e invita a prender confidenza col pensiero di Sgalambro. Il punto di partenza è «la disperazione ontologica e gnoseologica» per l’inevitabilità della morte. Per chi non lo conoscesse una vera sorpresa: l’opera del filosofo è confronto col male e con la morte, anche se la sua “voglia segreta” è quella del bene. Questo però è lontano dalla vita.
Quella di Sgalambro altro non è se non una teologia dell’empietà. Il mondo è pessimo: da qui il carattere collerico della filosofia. Dio cos’è se non la «potenza che ci annienta?», Dio va disprezzato. Il pensiero allora è strenuo momento di salvezza, ma è promessa di felicità impossibile. «La vita è condannata dalla morte» e al filosofo non resta che protestare contro questo «verdetto». La verità è contro la vita, e la condanna è un mondo senza l’uomo. Maestro di stile Sgalambro, non c’è che dire: «il filosofo come sentinella tremante ma obbediente agli ordini della conoscenza». Nell’epoca del conformismo rivendica il solipsismo.
Sgalambro era fatto per la vita monastica, dice Rita Fulco. Ed era fatto per andare oltre l’umanità. Non si preoccupa della società: è folle l’idea che possa esistere una società «giusta». Il suo disfattismo anarchico ricorda un po’ l’anarca di Ernst Jünger.
Il pensiero di Cacciari su Sgalambro si muove a passi lenti e sicuri. Quello di Sgalambro è una filosofia che procede per paradossi, ma non per questo bisogna rifiutarne la tessitura. «Dopo quello che è successo, forse dovremo dire: Sgalambro aveva ragione» inizia così il professore. «Questo mondo è un inferno». È una giornata terribile e certe provocazioni sono confermate dal «crudo fatto». Il lentinese conosceva la letteratura dell’idealismo tanto da voler «risolvere il mondo nell’intelligenza». Sgalambro pensa ininterrottamente, dice di essere un cartesiano (e in lui Valéry è dappertutto); ma delinea un pensiero che pensa senza l’Io, che è in tutto e per tutto un inconveniente. «Ecco il paradosso della sua filosofia»: bisognerebbe pensare e basta perché quella dell’Io è una sorte miserabile.
Come «levo il soggettivismo dal pensiero?» si chiede Cacciari. Come sarebbe bello se ci fosse dato il pensare senza l’Io. E cos’è se non un «paradosso insostenibile?». D’altra parte è fondamentale l’influsso della fenomenologia di Husserl: il pensare puro rivolto alla cosa.
Due considerazioni, a questo punto. Prima. Il procedere di Sgalambro sta in piedi se c’è da qualche parte un discorso religioso. O l’Io c’è, che decide e contamina, oppure la decisione da prendere è quella del «chiamato», cioè di Abramo. Seconda. Dobbiamo vedere «la cosa» con estremismo fenomenologico assoluto. E cosa vedo? «De mundo pessimo», risponde sicuro Cacciari.
Emil Lask è importantissimo per Sgalambro, gli offre l’impossibilità di una dialettica idealistica di tipo conciliativo. Riconosce insomma che il contenuto di qualsiasi forma continuerà ad essere pessimo: la forma non supera mai il caos della realtà. Lo comprende ma non lo risolve. Il pensare è attenzione per ciò che non è me stesso: «togli via via l’io, le passioni», eccetera e vai alle cose, «ma vieni ai ferri corti col mondo pessimo che è morte». A questo punto, avviene un incrocio pericoloso col pensiero di Emanuele Severino, i due sono opposti ma si incontrano sull’idea della morte.
Per l’uno la morte è inevitabile per l’altro intollerabile. Ma, chiosa Cacciari, in fondo che ne sappiamo? Quella di Sgalambro è una «grande visione filosofica» e basta. Dio-mondo-natura: tutto va odiato perché uccide, ed è una critica che risuona anche in Meister Eckhart e Plotino: pessimo è il mondo e pessimi siamo noi! In Sgalambro troviamo una selva di correnti di pensiero e la sua grandezza di pensiero è proprio questa.
«Ultimo passo» avvisa Cacciari: il pubblico è oramai stanco. A questo punto è necessario che il lentinese faccia un discorso sul bene, anche se non sempre in modo chiaro. È normale che si ponga delle domande sul «bene». E il bene? È il disfarsi dell’essente. Il «riassorbirsi dell’essente in pura fiamma, vale a dire puro neoplatonismo». Alla fine, vi è sempre una dimensione estetica: il bene è il bello cioè il dileguarsi della consistenza dell’essente. «Il bello cancella tutto, diceva Plotino» ed è questo il controcanto – come diceva Resta – che emerge in Sgalambro.

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