di Katya Maugeri

I suoi romanzi sono affreschi che raccontano drammi psicologici e sentimentali attraverso descrizioni dettagliate. Non si tratta solo di gialli, ma di viaggi introspettivi all’interno dei quali ritroviamo tradizioni, odori e sapori. Domenico Cacopardo, magistrato e scrittore vive la sua infanzia in Sicilia, ma quegli anni bastano per creare un legame eterno con la nostra Terra.

Nel suo ultimo romanzo “Il delitto dell’Immacolata” si torna indietro nel tempo.
Ci ritroviamo in una Sicilia degli anni ’70, stagione del passaggio dalla soggezione all’emancipazione civile, sessuale, emotiva.
Durante questo passaggio, quali aspetti avremmo dovuto trattenere, difendere e mantenere saldi?

«Alcuni valori della tradizione andavano mantenuti. È mancato il lavoro scientifico delle università che dovevano occuparsi del censimento e della conservazione (documentale e orale) delle tradizioni specifiche dei vari territori. Faccio qualche esempio: le canzoni dei carrettieri che dalla piana di Catania andavano a Messina. Le canzoni dei pescatori, le loro preghiere. Tutto un mondo spazzato via dall’emigrazione e dal cambiamento di modello sociale. La civiltà contadina, paradossalmente, ha lasciato tracce maggiori.
Per il resto, non ci dovrebbero essere grandi rimpianti per i contesti familiari con i valori familisti (non a caso in Sicilia è stato identificato quel virus che si chiama familismo criminale). Quelli religiosi –estremamente pagani, basti pensare alle Candelore (falliche) catanesi- si sono perpetuati diventando folklore a uso turistico (uno per tutti il culto e la festa di San Sebastiano a Palazzolo Acreide).
Infine, il valore maggiore dissoltosi è quello ambientale-naturalistico, che era il maggior patrimonio dell’isola.
La Storia, infine, condannerà i dirigenti politici nazionali e siciliani per la scelta clientelare, il sacco del territorio e il rapporto con la mafia».

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Lei, ormai vive fuori dalla Sicilia, come si leggono da lontano le vicende siciliane, come le riportano i giornali e quali dettagli sono evidenziati?

« La Sicilia sembra un continente lontano, di scarso interesse per il grande pubblico. Stuzzica l’attenzione un personaggio minore come Montalbano di Camilleri. C’è però un ceto acculturato che ama la Sicilia e la visita sovente alla ricerca dei suoi beni architettonici, pittorici, scultorei e archeologici. Un pubblico italiano (e non) mai sazio, sempre alla ricerca di nuove scoperte ed emozioni. Disposto a spendere anche nel sostegno di qualche iniziativa meritevole di appoggio.
Non c’è perdono per coloro che promuovono e consentono il viaggio di opere d’arte in luoghi diversi da quelli in cui sono installate. Come sanno gli esperti, il viaggio costituisce un grave stress per le opere e quindi va impedito.
Tranne che per il valore di alcuni giornalisti siciliani di spicco, i quotidiani riferiscono in modo superficiale i fatti di Sicilia. Anche il fenomeno Crocetta è raccontato come fatto di colore o di modesta politica. Non si spiega, per esempio, che, comunque, nonostante una cupa corte di laudatores, c’è una discontinuità da valorizzare».

Quali elementi deve contenere un romanzo, per essere considerato un valido strumento di denuncia?

 «Il romanzo è un racconto fondato su dati emozionali coltivati nell’anima dell’autore. L’idea che il romanzo possa essere uno strumento di denuncia è stata sconfitta dalla Storia e dalla critica. Nemmeno Georgy Lucacs, il critico marxista ungherese rimasto sempre nell’ortodossia, sosteneva una tesi così radicale, di totale e immediata subordinazione del fenomeno artistico del raccontare a un’idea politica. Solo in ambienti integralisti religiosi (cattolici e soprattutto islamici) si continua a pensare che il racconto debba essere edificante, lodare Dio e condannare il Diavolo.
Il romanzo, a prescindere dalla validità letteraria, può essere significativo quando non evade dai problemi di un territorio, di una società.
Insomma, può appartenere alla metastoria di un tempo di una generazione di un Paese e, in questo, essere utile strumento di formazione del lettore. Ma questo non è the scope of work, può solo essere un effetto collaterale».

In un’Italia guasta, ricca di falsi ideali, di tanta apparenza e pochissima sostanza cosa andrebbe denunciato?

 «Vanno denunciate le menzogne, là dove sono. C’è in realtà un fascismo serpeggiante, molto pericoloso, figlio del fascismo del ventennio e del berlusconismo, innervato di recente dalla xenofobia, dall’antisemitismo, e dalla concezione autoritaria di Grillo e del suo dottor Goebbels personale. E poi, il degrado della società e delle sue espressioni civili, religiose e politiche. La ricostruzione del Paese passa da un rifiuto generalizzato degli ammiccamenti, delle complicità e delle omertà, di cui si macchia la politica e la medesima società civile, partecipe sempre dei cascami del sacco dell’Italia.  La crisi ha eroso i margini dell’utile privato e, quindi, messo in evidenza maggiore il malcostume».

Qual è il suo giudizio sull’attuale situazione politica in Italia?

«Siamo ancora nella transizione dalla prima Repubblica a un assetto istituzionale coerente con l’Europa. Non è chiaro se la formula politica che ci governa sarà capace di pilotare il Paese verso questo nuovo assetto. I segnali osservato sino a ora non sono confortanti».

Che cosa pensa di Silvio Berlusconi, Matteo Renzi e Rosario Crocetta?

«Berlusconi, che tanti danni ha prodotto (ma non da solo, perché la dicotomia ha fatto comodo a tutti e la medesima divisione tra fans e avversari ha evitato di costruire e presentare un vero progetto riformista), è un personaggio del passato. Il suo declino è lento perché ha ancora  a disposizione strumenti di comunicazione di massa.
Renzi non ha ancora mostrato un reale sostanza politica. Sino a ora è un Berlusconi di centro, con una straordinaria capacità comunicativa e un’enorme faccia tosta che gli permette di gabellare per sue conquiste progetti e idee tutte ancora da portare all’esame del Parlamento.
Di Crocetta non ho una conoscenza sufficiente per esprimere un ragionato giudizio. Leggendo i nomi del suo primo governo mi è rimasta l’impressione di un letale provincialismo, incapace di sceverare tra la scienza e, per esempio, Zichichi. Mancano alcuni passi sostanziosi in direzione del risanamento finanziario e del cambiamento burocratico. Detto questo, e, ripetuto che il suo cerchio magico presenta elementi di opacità, c’è una certa discontinuità con il passato. Il problema di fondo, però, è che non basta un uomo per cambiare la Sicilia. C’è bisogno dei siciliani che, allo stato si dividono in tre categorie (per esemplificare): i complici, la maggioranza degli indifferenti (complici passivi) e i contrari. Questi ultimi non sono minoranza».

 Qual è il suo parere riguardo alla polemica sui “professionisti dell’antimafia” riemersa in questi giorni?

«Sto con Fiandaca e Lupo che hanno spiegato con argomenti giuridici e storici come la storia della trattativa tra Stato e mafia sia una bufala e come la mafia abbia, per ora, perso la sua guerra. Sto con Giovanni Salvi che del rigore investigativo e giuridico fa il proprio vangelo operativo. Il fallimento di diversi processi e il probabile fallimento di quest’ultimo sulla cosiddetta trattativa sono, alla fine, un favore fatto alla mafia che trova nel consenso tacito degli ‘indifferenti’ l’alimento per la propria sopravvivenza. Ciò non significa che dobbiamo abbassare la guardia, ma che al contrario occorre tornare al metodo Falcone: muoversi con attenzione sulle prove evitando teoremi e costruzioni intellettuali».

Per quale ideale non smetterà mai di lottare?

«Vengo da un passato marxista e sono pervenuto a un’idea di stato liberal-socialista. Non è una contraddizione in termini è solo una constatazione dell’attualità storica: il capitalismo, per ora, ha vinto e ha vinto la globalizzazione che ha sottratto alla fame più di un miliardo di persone. Oggi, anche tra di noi, è prioritaria la difesa dei valori di libertà e, con essa, la tutela della parte debole della società. Insomma, il merito e i bisogni dovrebbero essere i criteri informatori di uno stato del terzo millennio».

Katya Maugeri

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