Daniele Lo Porto
CATANIA – In un mezzogiorno di fuoco già decisamente estivo il Lo Monaco express scende  rapido da via Etnea. Giacca blu, camicia azzurra e cravatta, pantaloni grigi, capelli al vento e testa immersa nel telefonino. Finta su alcune auto in corsa, evita in dribbling quelle ferme e si sgancia sulla sinistra di viale XX settembre. Sta lavorando al suo ritorno, trionfale, a Catania? Al Catania, che lui portò dalla B alla A in due stagioni, con in panchina un Pasquale marino, già piedi buoni degli etnei che dal Massimino spiccherà verso stadi più importanti. Ricordiamo la prima conferenza stampa del “nuovo” Catania, dopo la parentesi da finta grandeur di Luciano Gaucci, al Nettuno, con Pulvirenti, quasi timido, e Pietro il Grande che lanciava proclami che vennero scambiati, a caldo, come slogan da piazzista. I fatti gli diedero ragione: la serie A, appunto, ottenuto con quel golletto di sghimbescio di Del Core, inseguito da un esaltato Lo Monaco che voleva incastragli la maglia che l’attaccante pugliese sventolava impazzito. Poi il sogno di Torre del grifo, un’utopia diventata prima cantiere, poi centro sportivo modello, con il Lo Monaco senza cravatta e la camicia arrotolata per spostare cemento e carriole. Più su, sempre più su, fin quando lo spago dell’aquilone rossazzurro di spezza: Pietro Lo Monaco  andrà altrove, Pulvirenti resta a comandare per poco per poi assistere la picchiata dell’aquilone preso controvento.
Adesso, bisogna ricostruire tutto, dal rapporto con i tifosi all’organico tecnico. Si ricomincia dal passato, da un Peppe Mascara per il quale era già pronta una poltrona, una giacca e una cravatta a Ciro Polito, fedelissimo di Lo Monaco, che sarebbe tornato in rossazzurro già lo scorso anno, prima di un “no, grazie” in faccia servito anche a Davide Baiocco.
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