di Daniele Lo Porto

Oggi “rombo di tuono” compie settanta anni.

559575_10200142708005864_8002902462737254207_nCampionato 1970-71, stadio Cibali, Palermo-Cagliari. La mia prima partita allo stadio, Tribuna A, biglietto 5.000 lire, seduto tra la mamma e la madrina, accanto una signora impellicciata di Palermo, il suo bersaglio preferito Ballabio, che non brillava in attacco. Il Palermo con una orrenda maglia rosanero, il Cagliari con lo scudetto sfavillante sulla tenuta bianca con i bordi rossoblu. Albertosi in porta, portiere sregolato perché così dovevano essere allora; Martiradonna, piedeopalla, sbrigativo ed efficace; Niccolai, capace di prodezze e autogol incredibili, Cera, faccia rude e passo elegante. Nenè, una gazzella nera, e Domenghini che sembrava trascinare la palla tra le zolle d’erba, ininterrottamente. Bobo Gori, la spalla ideale per il bomber, ma che non disdegnava di segnare. E poi lui, il campione silenzioso: Gigi Riva. Una potenza muscolare eccezionale, fisico possente e agilità da folletto. Gol indimenticabili: rovesciata da fermo contro il Vicenza, stop di petto e gol di testa contro la Juventus, volo da superman contro la Germania Est, cinquanta metri di corsa gomito a gomito contro Burnich e poi un diagonale tremendo, a San Siro.

Seguì la partita con il binocolo, fisso su Riva, l’eroe di chi amava allora il calcio e tutt’ora ama il calcio di quei tempi, fatto di spugne inzuppate d’acqua fredda e di magliette sudate, lavate, risudate, lavate di nuovo, per una stagione intera. Scarpe di cuoio dure come scarponi da montagna, il pallone a pentagoni bianchi e neri, per farlo vedere in televisione, i riti ingenui del sale lanciato in campo. Marcava Riva un certo Sgrazzutti, tutti e due parlavano fitto fitto mentre l’azione era lontana, poi uno scatto, il difensore restava due-tre metri dietro e partiva la bordata. In porta Girardi, maglione verde, uno, due, tre miracoli. Applausi del pubblico, dai sedili in cemento duro e freddo delle tribune e dalle tavolate in legno delle curve. Secondo tempo. Il Palermo si difende, il Cagliari attacca, Riva è in fuga sulla sinistra, verso la curva sud, ricordo perfettamente il rumore dell’impatto piede-pallone, quasi una frustata. La traiettoria è precisa, termina nell’angolo più lontano, alla sinistra del portiere.1925345_10200142706965838_1611624791193111510_n

Il giorno prima ero stato ad Aci Trezza, albergo I faraglioni, dove andavano le squadre che giocavano a Catania. L’arrivo in pullman della squadra, Riva seduto vicino alla portiera, maglione a collo alto, giacca di velluto, la sua divisa da allergico alle cravatte. L’autografo, qualche frase con la voce che già graffiava i microfoni, le troppe sigarette fumate di nascosto. Manlio Scopigno, il mister-filosofo, faceva finta di non sapere. Nel pomeriggio un allenamento nella piazzetta vicino al porto, una sgambata o poco più con il pallone che finiva continuamente sugli scogli, oltre la ringhiera arrugginita. Sullo sfondo i faraglioni del mito, avvolti in una giornata invernale.

Scrivere altro di Riva sarebbe facile e difficile al tempo stesso. Le sue imprese sul campo sono note a tutti, i silenzi infiniti, il rispetto per se e per gli altri anche. Se amo il calcio, forse come lui, è grazie a quell’emozione di 44 anni fa, rimasta immutata. Continuo a indossare, sotto il grembiule nero con il fiocco azzurro, ancora la mia prima maglia di calcio, rossoblu, con lo scudetto cucito da mia madre, conservata nel cuore di un bambino.

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