di Antonio Ioppolo

CALTAGIRONE – «Pagatemi queste righe a peso d’oro, non per la loro straordinaria bellezza ma perchè io  stesso le devo pagare così care. Se stimo ogni piccola stella dieci centesimi e un  centesimo ogni profondo mormorio del mare, dieci lire il fuocherello rosso sulla cima  dell’Etna e mezza lira ogni ora dell’aria balsamica – come vedete, non tengo conto né dei  riflessi del mare, né delle palme, né del vecchio castello, e nemmeno del teatro greco che di notte non ha niente con cui attirare l’attenzione – allora, veramente ne vale la pena  e sia lodato Dio che mi ha mandato in questa parte del mondo».
Così Karel Capek descrisse la Sicilia ne i suoi “Fogli Italiani” del secolo scorso in  occasione di un viaggio da Palermo e Taormina. È un peccato che non abbia proseguito e che,  soprattutto non lo abbia fatto fino ai giorni nostri altrimenti  lo scrittore ceco avrebbe pensato bene di devolvere 50 lire per tenere aperti i musei dell’isola.
È una storia tanto triste quanto, ahimé, normale quella che mi accingo a raccontare; una storia italiana, in particolare siciliana. Dolorosa perché questa volta l’ho dovuta spiegare agli amici che ho invitato a visitare la Sicilia e il mio paese natio.  Il sogno romantico della Sicilia di Capek scompare dal mio cuore e lascia  spazio a quella che recita così: “Il sonno, caro  Chevalley, il sonno è ciò che i siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà   svegliare”[…]
E mi ero svegliato di buonora raccontando ai miei amici che a Pasqua, da bambino, mi regalavano  un “friscalettu”, uno strumento povero per i poveri, senza pretese artistiche e di poca importanza,  fatto di argilla grezza e molto colorata. Ne approfitto, allora, per cercare informazioni e potergliele tradurre,  mi pento di non avere mai studiato questa folkloristica tradizione della mia terra e decido di espiare  le mie colpe recandomi al Museo della mostra permanente e della Fotografia, di proprietà della Provincia regionale di Catania.
Caltagirone, ore 11, via Principessa Maria Josè, io, tre stranieri, una porta chiusa e nessuno a cui chiedere spiegazioni. In fondo è una storia vista tante di quelle volte che è persino difficile restare sorpresi; ma che spiegazione  posso fornire agli amici in visita? Loro che criticano i musei della loro città perché chiudono di lunedì?  Un giorno di chiusura settimanale? Non fatemi ridere, noi i musei li chiudiamo per sempre e non importa il perché. Non importa  se per mancanza di fondi o per assenza di cultura; non importa se per cattiva amministrazione della cosa pubblica o per mancanza di  turisti.  Noi li chiudiamo e basta.
E dopo l’immagine vivifica della Sicilia scritta da Capek e quella del sonno di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, mi risveglio come Oblòmov,  con la coscienza intorpidita. Non voglio più né leggere e né scrivere; voglio solo dormire e svegliarmi ogni giorno indossando   la stessa lacera vestaglia, almeno fino a quando non andrò via di nuovo. C’è bisogno di fare qualcosa ma in realtà non si vuole far niente, non si ha la forza di fare niente.

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