Marco Iacona –

Non abbiamo bisogno né di Mussolini né di mussolinisti. Questo per essere chiari. Ieri, 28 aprile, Catania ha dato di sé e per l’ennesima volta un’immagine di città irresponsabile, inconsapevole. Catania è uno spazio vuoto, è la pattumiera delle ideologie tenute in “vita” da inqualificabili personaggi.
Settant’anni fa moriva Mussolini, e per ricordarlo – non è certo la prima volta – a piazza santa Maria della Guardia qualcuno pensa di far dire messa in suo “onore”. Un circolo di antifascisti, “Antifa”, reagisce preventivamente – un po’ alla George W. Bush – e si mobilita per spargere orina all’ingresso della chiesa e per imbrattare di vernice rossa il portone. Poi con tanto di comunicato denuncia la minaccia razzista e omofoba e si dice disposto a «riportare l’antifascismo tra le pratiche diffuse e quotidiane…». Eccoli lì l’un contro l’altro, come galli da combattimento.
È l’altra faccia, quella ostile, di una città che vive sulla propria pelle l’inadeguatezza di una classe dirigente raccogliticcia e di una borghesia mai in “prima linea”. Una città immatura in ogni suo atomo, che ora si lascia andare al gesto risolutore ora delega al “sogno” del dietro le quinte le proprie prerogative di sovranità. È l’eterna intima (rozza) feudalità di chi agisce come prolungamento del volere altrui. La democrazia è metodo e soprattutto valore: ma a Catania, non si vede un “valore” neanche in lontananza.
Catania è una città malata, schizofrenica. La spettarle cultura di destra che non esiste né grazie a dio è mai esistita – la violenza è a parte – non concepisce nulla di utile. Ovvio, direte. Oggi prescindiamo dal capire cosa è destra: dal Gattopardo a Marinetti passando per René Guénon, Giovanni Gentile e Fabrizio Quattrocchi.
Tanto per dire. Per ricordare qualcosa che confini con la cultura dobbiamo andare a due anni fa alla presenza di Alain de Benoist alla libreria Mondadori di via Umberto. Quel de Benoist che, ovviamente, non si definisce di “destra”. Non cito le ridicole iniziative spalmate qua e là per commemorare la tragedia delle foibe. Un dramma che si trasforma in farsa. Purtroppo. La roba estiva è a parte, si tratta al più di “eventi” malandati ottenuti grazie alla buona volontà, o al narcisismo, di uno o due camerati (o ex) che riescono a racimolare qualche soldellino. Il resto è inutile e passiva commemorazione di un finto passato; un’occasione qui una lì per indossare vestitino e cravatta, per ricordare ai convenuti la propria sfacciata esistenza. A meno che non si confondano le iniziative buttafuochiane con roba che ha a che fare con l’acquisizione di più seria consapevolezza di sé e delle possibilità di confrontarsi con l’evoliana “prova” della propria insufficienza.
La destra culturale è costituita da un plotoncino di zombie le cui uniche iniziative sono quelle di imbrattare muri con facili slogan e mobilitarsi in azioni più grossolane che altro. Tra queste, la funzione in “onore” dell’“anima santa” di Mussolini accompagnata da una “lezione di stile” comica e inquietante al tempo stesso. Catania è stata tappezzata da manifesti con capoccione di zio Benito e piccole immagini a destra e a sinistra di “onoratissimi” camerati e che riportava in basso la seguente didascalia: “28 aprile 1945 – 28 aprile 2015. In ricordo di Benito Mussolini, dei camerati della Repubblica Sociale Italiana, e di tutti i combattenti caduti in difesa della nostra Europa”. Firmato: “I camerati catanesi”.
Ognuno commemori chi vuole, ma non dimentichiamo le leggi: c’è libertà di commemorazione. Anche se i camerati con la libertà non ci vanno a nozze (leggetevi “Cavalcare la tigre” per capirci un po’). Ognuno pensi ciò che vuole della Rsi citando non Claudio Pavone ma le canzoni di Francesco de Gregori. Ma quella della difesa della “nostra Europa” fa davvero ridere. Ma di quale Europa parlano i “camerati catanesi” di quella hitleriana? Valli a capire. Di quella costruita sul mito ariano e sulle camere a gas? Chissà.
Eppure questa destra – malgrado sia politicamente all’opposizione – è del tutto maggioritaria, qui a Catania. Il che farebbe rabbrividire pure un ibernato. Lo zoccolo duro di questa destra è costituito da quella borghesia di cui ho parlato in più occasioni sprovvista di progettualità, valori e coscienza civile. Issata sulle spalle di genitori e nonni accorsi in massa tra le schiere fasciste, che ha ereditato il posto di lavoro o si è data da fare per ottenerlo. Chiuso. Una borghesia ai cui piedi si muove un esercito scomposto di clienti che come blatte cerca di afferrare le mollichine. Il lungo medioevo dei signorotti e delle piramidi “gerarchiche” non è mai finito, qui.
Sfido io che la destra non abbia un’idea che sia una sulle politiche del lavoro (sia chiaro: la sinistra è tutta falsi principi e pugnalate alle spalle); sfido che, per applicare categorie marxiane, vada consapevolmente felice di una vuota “sovrastruttura” e che non abbia mai tentato, salvo uno o due casi avulsi dalla palude siciliana, una sorta di scalata gramsciana al “contesto”. Nota è però la circostanza che in Sicilia la moderna dimensione pubblica sia inesistente. Qui al massimo siamo fermi ai principati. Il sociale non c’è (ma di quale “repubblica sociale” parlate?), i diritti sono mere superstizioni. Il potere è roba personale e l’unica possibilità che si offre ai deboli è l’ingresso nelle grazie del “despota”. Amen.
La sinistra catanese ha ben altre capacità di mobilitazione – seppur abbia parecchi limiti. Seppur sempre di catanesi si tratti. La progettualità è scarsa, la teatralità massima, ma la sinistra – non pensate a nulla o quasi di “governativo” – è quella cosa che pensa, male ma pensa. Che legge, che vivacchia in allegria quando non provoca e che annega se stessa nelle affermazioni supercazzolistiche di uno “strafigo”. Se non altro filosofeggia a giorni alterni. La destra è tutta estetica e ammiccamento, la sinistra è fremente, più o meno colta e battagliera.
Francamente non conosco né mi interessa più di tanto entrare in contatto con elenchi di sigle, circoletti e associazioni che caratterizzano gli ambienti fascisti e comunisti. Centri sociali compresi. In un luogo che sconosce la tolleranza come valore, è ovvio che si litighi per questioni di lana caprina. Quella messa in “onore” di Mussolini è stata una scintilla, un’occasione, nulla di più. Ordinaria amministrazione in una città dall’anima burocratica. Quei manifesti invece, roba da incivili, da imbrattamuri, da… catanesi.
Approfitto. Un’ultima considerazione sulla libreria Ritter incendiata a Milano. Massima solidarietà e un abbraccio sincero. Lì ovviamente le storie sono altre. Le librerie non si incendiano, i libri li bruciavano i nazisti, quelli che difendevano l’Europa nel 45. Eppure sentir dire che quei luoghi sono avamposto di libertà e di pensiero non conforme provoca reazioni, come dire allergiche. Molti dei cosiddetti autori non-conformisti fanno parte del catalogo di grandi case editrici, oramai da decenni. E non è mai “accaduto” nulla. Ricordo gli sciocchi che piangevano sul poco spazio che la fantasy e i temi legati ai fumetti e ai supereroi trovavano all’interno dei media più diffusi. Da almeno un decennio sono stati accontentai e anche lì non è accaduto nulla. Loro sono sempre più sciocchi e il potere – quello “pasoliniano”, cioè generalmente inclassificabile – è sempre il potere.
Per il resto si tratta di banalità e mezze verità da spiritualisti da fastfood. Da paninari del libro. Grossomodo l’“idea” è che i nazisti siano buoni, i fascisti deliziosi, gli ebrei… bé quello è consequenziale, gli americani – spirito e materia – criminali, Israele peggio che andar di notte e loro (gli uomini soli al comando) degli eroi. Naturalmente basta fare un po’ di yoga per diventare dei numeri uno.
Da nord a sud. I “camerati” leggono libri così, poi si presentano in chiesa, si fanno il segno della croce e recitano il “Padre nostro”.

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