di Katya Maugeri

Alle 17,48 sulla pista di Punta Raisi, ci sono tre auto che aspettano Giovanni Falcone. È la sua scorta, ma non sono gli unici a sapere che il giudice è tornato in Sicilia. Al chilometro 5 della A29, nei pressi dello svincolo di Capaci-Isola delle Femmine, il sicario Giovanni Brusca avvia una carica di cinque quintali di tritolo, che era stata posizionata in una galleria sotterranea. La macchina di Falcone si schianta contro il muro di asfalto e detriti improvvisamente innalzatosi a causa dello scoppio, scagliando il giudice e la moglie Francesca, che non indossavano le cinture di sicurezza, contro il parabrezza. Falcone morirà dopo alcuni disperati tentativi di rianimazione, a causa della gravità del trauma cranico e delle lesioni interne, magari, chissà, se avessero indossato le cinture si sarebbero salvati. Quel boato, causato dai chili di tritolo che ventitré anni fa stroncarono le vite del giudice Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e di tre uomini della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, non ha mai smesso di echeggiare. strage-capaci (1)Era il 23 maggio 1992, moriva così, il giudice che portò avanti il più grande processo alla mafia di tutti i tempi, colui che rivoluzionò il metodo investigativo dei processi di mafia, instaurando, con Paolo Borsellino, il processo per mafia più importante della storia. Fecero capire che la mafia esisteva ed era pericolosamente attiva, si “nutriva” di compromessi di massacri e omicidi, viveva di un rapporto con la politica che l’aveva sostenuta e tutelata. Moriva così, nella sua Palermo, tra le lamiere di un’auto blindata, dentro il tritolo che apre la terra. Atroce come si possa avere la lucidità necessaria per elaborare un piano del genere, organizzare i turni, guardare l’orologio. Premere quel pulsante. Ricordare una strage come quella di Capaci, non è solo una formalità è un dovere che ognuno di noi ha per non dissolvere i valori che Falcone incarnava nella sua più grande missione, un dovere verso le nostre coscienze di cittadini. In una società in cui tutto è in “svendita”: le persone, i valori, i sentimenti, in sistema sociale diventa così predisposto alla tentazione, alla corruzione. L’educazione alla legalità, potrebbe essere il rimedio a tutto ciò, da non confondere con “difesa dello Stato”, la legalità è lo strumento che difende la gente comune, la sua libertà di vivere senza paura; è l’unico strumento che favorisce il progresso e garantisce il benessere. La cultura alla legalità è qualcosa di più profondo che la semplice osservanza delle leggi, è un sistema d’idee, di comportamenti che tendono alla realizzazione dei valori di uguaglianza, giustizia, integrazione, non violenza, pace. Lottare contro la mafia significa promuovere la cultura e non solo attraverso commemorazioni finalizzate a eventi sterili, ma offrire modelli positivi, da ammirare, da imitare. Giovanni Falcone fu il giudice che scavò fino in fondo per arrivare alla verità, consapevole che il miglior modo era cercarla senza preconcetti, senza impostazioni ideologiche, animato solo dalla volontà e dal coraggio di portare a compimento il proprio sogno, riuscì a toccare, con la sua semplicità, la sua intelligenza, la sua disponibilità, non solo la verità, ma il cuore della gente. Nel suo primo discorso da capo dello Stato, Sergio Mattarella, lo scorso febbraio affermò “Nella lotta alle mafie abbiamo avuto molti eroi. Penso tra gli altri a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino”, fratello minore di Piersanti che nel 1980 fu assassinato da cosa nostra, è il primo siciliano a ricoprire questa carica, in un contesto ricco di indagati e di gente corrotta, la scelta di Sergio Mattarella – vittima di mafia – è  il segno che forse, qualcosa in Italia sta cambiando.
Il giudice Giovanni FalconeIl nostro compito, affinché non siano vane le ricerche, la passione, la determinazione di chi ha creduto in un cambiamento, è di continuare a esercitare la nostra voglia di legalità, adoperando i mezzi a disposizione non solo nelle grandi realtà, ma nella nostra piccola quotidianità. Ogni giorno scegliamo di anteporre una visione del mondo alla quale aderire, piuttosto che un’altra, scegliamo da quale parte stare.  Scegliamo la via che non vogliamo percorrere. Ed è così che ricordiamo Giovanni Falcone, come un uomo, non un eroe, un uomo che non fu servo delle proprie paure e che difese la propria libertà con il proprio coraggio.

“Non li avete uccisi, le loro idee camminano sulle nostre gambe’‘

K.M.

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