di Katya Maugeri

Continua il progetto di Sicilia Journal, “Un siciliano sul fronte della Grande Guerra”, la raccolta di lettere di Francesco Gesualdo, giovane soldato protagonista della Grande Guerra.

Palermo, 11 luglio 1915

Sono caporale di giornata, ho ai miei ordini due soldati ai quali ho fatto fare quello che ho voluto e farò fare quello che vorrò. Questi due soldati che comando dalle quattro di oggi e comanderò fino alle quattro di domani (ragion per cui non andrò alla istruzione, domani) si chiamano piantoni, e mi stanno diritti sulla soglia della camerata a non permettere a qualsiasi soldato di entrare. Uno di loro mi ha pregato di fargli fare sempre il piantone, perché con noi, ha detto,  se la passa in maniera tale da fargli dimenticare la moglie e i figli. Ma piantando questi due poveri diavoli di piantoni che la sorte ha voluto favorire, ti narro la mia vita di soldato. Arrivai a Palermo martedì passato e l’indomani venni, insieme agli altri, a consegnarmi al Distretto del 6° Reggimento Fanteria. Fui unito insieme ai miei compagni di Caltanissetta, ai giovani di Catania e Sicracusa, e formammo così un plotono di 53 allievi. Ci prepararono un lungo stanzone, ci diedero un cecchio sacco per ciascuno e una ruota di paglia “o rotone” in gergo nostro, per ogni gruppo di sei: paglia che ci disputammo come se fosse stata oro; affinché il pagliericcio venisse un po’ gonfio, ce la rubavamo reciprocamente, e quando dopo un’ora di sudate lo riempimmo, lo posammo in terra sopra tre assicelle.copertina libro
Da allora in poi non fui più libero. Secondo gli ordini inesorabili del comandante del plotone, alle 9, due ore dopo cioè, ci dovevamo ritirare, pena otto giorni di consegna che ci avrebbero ostruito la porta di Modena. Quella libertà che Dante in due versi immortalò: “Libertà va cercando ch’è sì cara come sa chi per Lei vita rifiuta”, che no ripetiamo tanto in ogni nostro discorso e sempre accademicamente e in maniera retorica, hanno  tale sapore di verità che soltanto comprenderai quando sarai, caporale di giornata. Non credere che io mi lamenti per la perdita della cara e amata libertà, nemmeno per sogno! Per fortuna prevedevo più o meno che cosa si richiedesse da noi in questo momento; se ero disposto a dare la vita, sono anche disposto a disciplinarla in modo tale che non venga spezzata infruttuosamente. Alle nove tutti in camerata e immagina se potessi prendere sonno appena coricato: avevo molto camminato, per cui appena mi sdraiai, stanco come ero, su quel pagliericcio ancora vergine, parve che mi riposassi. Ma che riposare, sela sua sofficità scomparve come la nebbia al vento e in men che si dica mi trovai al livello del terreno? Ciononostante chiusi gli occhi che riapersi al suono della tromba poco dopo. Quasi quasi me la presi con colui che fu il primo a inventare di queste cose che rompono le scatole al povero che dorme. Pazienza!
Bisognò alzarsi, vestirsi, lavarsi e marche, sotto le stelle e la brezza freschissima e ricreante del mattino. Poi quando ritornammo ci diedero due tenute e un mondo di cose di cui ti scrivo poco. Ti ricordo: zaino, gavetta, sacca da pane, fucile. Puoi benissimo immaginare come mi stanno le tenute: basterebbe vedermi per mettersi a ridere. Quando mi tolgo la giubba e i pantaloni e poso l’una sulle falde, gli altri su gli orli della cintura, stanno su come se fossero imbottite di paglia. E li guardo con senso di compiacenza e mi ci metto a ridere io stesso. Un berretto poi della gravità d’un chilo, che mi cautela un po’ troppo il capo, mi dà quei piaceri che desidererei soltanto d’inverno, figurati se debba sudare con quel coso! Ma pazienza anche per questo. In quanto a vitto i soldati se la passano divinamente bene: pagnotte, quante ne vogliono, brodo (sotto le armi diventa rancio) ottimo, che io non lascio mai e che accompagno giù allo stomaco con tre quarti di pagnotta e tre soldi di vino. In una parola il soldato italiano se la passa come si suol dire, da signore.
Non so cosa dovevo scriverti ancora, questi due soldati che scambiano fra loro qualche parola mi hanno rotto l’ordine delle idee, ma non li rimprovero perché farei male. Ora ordino ad uno di loro, assumendo aspetto marziale di comandante, di pulire i lumi e la stanza e all’altro di impostare.

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