Un viaggio a ritroso nel tempo per capire come è iniziato il grande business sul richiedente asilo.

di Salvo Reitano

MINEO (nostro servizio speciale) – A prima vista le villette a schiera e le stradine ordinate del Residence degli Aranci, tutto sembrano tranne che un “ghetto”, una “prigione dorata”, un “inferno a 5 stelle” o un “limbo, come da più parti è stato definito.
Attualmente ospita circa quattromila richiedenti asilo a fronte di una capacità, dichiarata sin dalla sua apertura, di duemila posti.
Si trova al centro della Piana di Catania, in mezzo agli agrumeti e appare come il sobborgo ideale di una qualsiasi periferia americana.
Non a caso, fino a pochi anni fa era utilizzato dai soldati USA che prestavano servizio nella vicina base di Sigonella e che con ogni probabilità lo hanno lasciato perché, forse, ritenevano invivibile, per i loro standard, l’enorme struttura.
Villette color pastello per un totale di 403 appartamenti che rischiavano di restare sfitte se non fosse intervenuta l’emergenza Nord Africa, provvidenziale  e redditizia per i proprietari, la ditta Pizzarotti di Parma, ma molto, molto meno per i richiedenti asilo di tutta Italia che furono trasferiti in tutta fretta a Mineo e videro i tempi allungarsi a dismisura per avere risposta alla domanda di protezione internazionale.
Mentre si accumulavano le carte per scrivere questo servizio ci è venuto in mente il romanzo, Le città invisibili, di Italo Calvino, simbolo della complessità e del disordine della realtà, dove le parole di Marco Polo appaiono come il tentativo di dare un ordine a questo caos del reale. Perché, come lo stesso Calvino affermava alla fine del libro, è “l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme” e i due modi per non soffrirne: “Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.
Anche dentro il CARA il filo del discorso è segreto, le  regole assurde, le prospettive ingannevoli, e ogni cosa ne nasconde un’altra.
cara2Partiamo dall’idea iniziale, certamente diversa da ciò che sarebbe stato: sosta al CARA, una partitella a pallone nei campetti dentro il residence, un buon pasto caldo e poi, non appena i tempi burocratici, che dovevano essere brevi  lo permettevano, arrivava il tanto agognato status di rifugiato politico e si lasciava la struttura che avrebbe accolto altri richiedenti asilo.
Le cose, purtroppo non sono andate così e allo stato attuale è uno dei centri per richiedenti asilo più grandi d’Europa dove vivono, contravvenendo al “Patto sulla sicurezza”, stipati come animali di allevamento, quattromila migranti in attesa di protezione internazionale quando la struttura, come detto, ne può contenere solo duemila. Mai meno di venti per ogni villetta, nello stesso spazio che prima accoglieva un solo nucleo famigliare americano.
Le aiuole, un tempo ordinate, hanno lasciato il passo alla sporcizia e ai rifiuti abbandonati qua e là, mentre all’interno i servizi igienici fanno venire i brividi. Della presenza degli americani restano le parabole in disuso per la tv satellitare che i migranti utilizzano per mettere i panni ad asciugare.
Questo è il  CARA di Mineo, la struttura dove finiscono, e purtroppo restano a lungo, i migranti richiedenti asilo. Ma facciamo un salto indietro per capire come e perché nasce il cosiddetto “Villaggio della Solidarietà”.
Sul finire del 2010, la cosiddetta “Rivoluzione dei gelsomini” in Tunisia ebbe un effetto a catena nell’intera regione del Maghreb, così come nel vicino Medio Oriente. Queste rivoluzioni stravolsero lo scenario geopolitico del bacino del Mediterraneo coinvolgendo inevitabilmente, data la sua collocazione geografica fronte mare, il nostro Paese.
Dal mese di Febbraio 2011 l’isola di Lampedusa, fu soggetta ad un flusso considerevole di sbarchi provenienti inizialmente dalle coste tunisine. Oggi possiamo affermare con certezza quanto già appariva evidente allora: che lo scenario apocalittico, del quale ci hanno riempito la testa il governo e la televisione, fosse eccessivo e con ogni probabilità mirato a costruire nell’opinione pubblica l’idea di un’emergenza, eccezionale, che giustificasse da una parte l’adozione di atti straordinari in grado di baypassare la normativa vigente e dall’altra una forte politica di contrasto all’immigrazione clandestina.cara3
Il primo passo fu compiuto con l’adozione del D.P.C.M del 12 febbraio 2011 con il quale si dichiarava lo “stato di emergenza nel territorio nazionale in relazione all’eccezionale afflusso di cittadini appartenenti ai paesi del Nord Africa”. Il 18 febbraio venne emanata l’O.P.C.M n. 3924 recante “disposizioni urgenti di protezione civile per fronteggiare lo stato di emergenza umanitaria”.
Cinque giorni dopo con l’O.P.C.M. n. 3925, all’art. 17 vengono introdotte alcune modifiche sostanziali e parecchio rilevanti. Fra queste va evidenziato l’inserimento all’art. 1 comma. 2 lettera c) delle parole: “..ivi compresa l’acquisizione, anche con contratto di locazione, di strutture da destinare al superamento dell’emergenza umanitaria, anche in deroga all’articolo 2, comma 222, della legge 23 dicembre 2009, n. 191″. Per completare i quadro, veniva aggiunta la lettera d) ossia: “adozione, in raccordo con il Dipartimento per le Libertà Civili e l’Immigrazione del Ministero dell’Interno, di eventuali provvedimenti per la ridistribuzione tra i CARA, operanti sul territorio nazionale, dei richiedenti asilo”.
Appare chiaro che tali modifiche furono elaborate con il preciso intento di consentire la creazione del “Villaggio della Solidarietà” a Mineo, emblema di quella che sarebbe stata la risposta del governo all’emergenza Nord Africa e, nello specifico, all’emergenza sbarchi a Lampedusa.
Il dado era tratto, perché risoluta e senza appello fu la decisione di utilizzare il Residence degli Aranci in Contrada Cucinella nel comune di Mineo e di proprietà della Pizzarotti S.p.a. che, come abbiamo detto, era stata la residenza dei militari americani di stanza a Sigonella.
Il 14 febbraio 2011, l’allora ministro dell’Interno, Roberto Maroni, e il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, effettuarono un sopralluogo al Residence dichiarandolo immediatamente quale luogo idoneo per quello che sarebbe diventato il “Villaggio della Solidarietà”.
Per le sue peculiarità, affermava raggiante Maroni, la struttura appariva più indicata ad accogliere i richiedenti asilo piuttosto che i clandestini e avrebbe certamente rappresentato il fiore all’occhiello dell’accoglienza italiana, un villaggio a cinque stelle, un modello per tutta l’Unione Europea.
Tutto facile? Per nulla, perché il governo doveva affrontare le forti preoccupazioni dei sindaci dei 15 comuni del Calatino, fino a quel momento lasciati fuori da ogni decisione.
Come strumento di persuasione, Maroni tirò fuori dal cilindro il “coniglio” del “Patto per la sicurezza”, garantendo un incremento delle forze di polizia e l’installazione di sistemi integrati di video-sorveglianza che avrebbero assicurato l’ordine e la sicurezza dei cittadini e dei richiedenti asilo. Questo perché le principali remore dei rappresentanti degli enti locali erano legate alla sicurezza dei cittadini, delle attività economiche e dell’intero territorio.
L’impegno del governo a sottoscrivere il Patto per la sicurezza, che ben si sposava alla volontà di alcuni sindaci di sfruttare le infinite  “opportunità” che l’apertura del centro avrebbe implicato, portarono ad una decisione abbastanza condivisa.
Contrari, ma ancora per poco, rimasero solo i sindaci di Castel di Iudica, Caltagirone, Grammichele, Ramacca e Mineo che, in una lettera inviata al Ministro dell’Interno Maroni affermavano:”Il modello Mineo non risponde all’idea che abbiamo consapevolmente maturato, sulla scorta dell’esperienza di effettiva integrazione portata avanti nelle nostre comunità. Non ci piace che almeno duemila persone vengano deportate in un luogo senza i necessari presidi e senza vere opportunità di inclusione, in una condizione di segregazione che potrebbe preludere da un lato a rivolte sociali, dall’altro indurre alcuni di loro, a fronte di una stragrande maggioranza pacifica e ispirata alle migliori intenzioni, a mettere a dura prova le condizioni di sicurezza del territorio”. La vera accoglienza si costruisce solo dentro un tessuto di relazioni e una rete diffusa di servizi che aiuti gli immigrati a inserirsi, per piccoli gruppi, nelle comunità e rappresenti per loro e per le professionalità che si trovano numerose e qualificate nel nostro territorio, un’effettiva opportunità”.
Ma ormai si trattava delle posizioni di una minoranza, tanto che a Mineo, in quei giorni, si costituì un comitato cittadino “Pro-Residence della Solidarietà” che prospettava per la cittadina calatina, un radioso futuro di “Porta d’accesso all’Europa”.
Nel volantino per la raccolta firme venivano evidenziati gli effetti positivi che il CARA avrebbe comportato: lavoro per le imprese locali, occupazione per almeno 250 operatori e maggiore sicurezza del territorio. Insomma, una grande opportunità di lavoro soprattutto per i giovani in una terra dove la disoccupazione è una costante.
Per meglio comprendere a cosa questa operazione stava portando e quali fossero gli interessi in gioco, poniamo alla vostra attenzione un fatto non indifferente: la firma apposta al volantino del Comitato portava il nome della cooperativa “Sol.Calatino” che pochi mesi dopo avrebbe fatto parte della cordata che si sarebbe avvicendata alla Croce Rossa nella gestione del CARA e che attualmente è parte dell’ATI che lo gestisce. Un caso? Forse. Sicuramente una circostanza sulla quale riflettere.
Così con il decreto n. 16355 del 2 marzo 2011, firmato dal Commissario delegato per l’emergenza Nord Africa e successivamente integrato dal decreto n. 17132 del 4 marzo 2011, si procedeva alla requisizione del « Residence degli Aranci » fino al 31 dicembre 2011.cara5
Due giorni dopo l’effettiva apertura del “Villaggio della solidarietà”, il 20 marzo 2011, veniva firmato il tanto atteso e auspicato Patto per la sicurezza dal Prefetto di Catania, dal presidente della Provincia di Catania e dai sindaci di Catania e di 14 comuni del Calatino con l’esclusione di Palagonia.
Centrato esclusivamente sulla problema della sicurezza, il Patto non forniva particolari indicazioni sui futuri “ospiti” della struttura, facendo riferimento solo a livelli di assistenza ottimali, a percorsi di inclusione sociale e alle  “positive ricadute in termini socio- economici locali”.  Solo una cosa va evidenziata, per meglio farci comprendere quello che poi sarebbe accaduto, nell’immediato futuro, e come tali importanti premesse finirono con l’essere disattese.
Secondo il Patto per la sicurezza, i richiedenti asilo sarebbero stati inseriti gradualmente e fino ad un numero massimo di 2000.
Nella seconda parte del servizio ci soffermeremo su questo punto e come il bando di gara appena pubblicato, di fatto, formalizza l’elusione del Patto per la sicurezza.
Continuiamo il percorso cronologico.
In prima battuta la gestione del “Villaggio della Solidarietà” venne affidata alla Croce Rossa Italiana con termine fissato al 30 giugno 2011. Fu una gestione caratterizzata dall’emergenza e con una forte presenza di militari chiamati a un continuo massiccio pattugliamento sia all’interno che all’esterno del centro. cara6Una situazione che dava l’impressione più di un campo di concentramento da sorvegliare che non di un residence in mezzo agli aranceti e, solo in parte, giustificato dal cospicuo numero di ospiti trasferiti al Cara in un lasso di tempo parecchio breve. Per farci un’idea, supportata dai numeri, il centro, dopo appena due settimane dalla sua apertura, il 18 marzo 2011, contava già 1595 “ospiti”.
Già questo dato ci conferma come, in violazione a quanto stabilito nel Piano per la sicurezza, il trasferimento dei richiedenti asilo, avveniva in modo tutt’altro che graduale.
Purtroppo, all’iniziale emergenza non seguì una giusta programmazione volta a fornire le dovute condizioni di accoglienza. Per gli “ospiti” le giornate all’interno del centro non passavano mai, interminabili file caratterizzavano le pochissime “azioni” quotidiane come recarsi alla mensa, passeggiare lungo i viali o effettuare, chi poteva permetterselo una telefonata. La mancanza totale di attività ricreative, l’impossibilità di leggere un giornale o un libro, l’assenza di una rete che consentisse l’utilizzo di internet, così come i problemi di ricezione dell’antenna Tv, davano sempre più ai richiedenti la sensazione di vivere in un sostanziale isolamento, tagliati fuori dal mondo, in una sorta di campo di concentramento presidiato.
A rendere ancor più concreta tale sensazione contribuiva la collocazione geografica del Residence degli Aranci, immerso si in una splendida cornice di aranceti, ma distante ben 11 km dal centro abitato di Mineo. La disorganizzazione, anche sotto questo aspetto, provocava disagi non indifferenti. Al momento dell’apertura del centro non erano disponibili collegamenti pubblici né privati con Mineo e con gli altri paesi del Calatino. Ciò rendeva di fatto relativa la “libertà” di uscire nelle ore diurne dei richiedenti protezione internazionale; quest’ultimi erano infatti costretti a “passeggiate” di oltre 20 km per recarsi in paese.
Durante la gestione della Croce Rossa, agli “ospiti” della struttura furono garantiti essenzialmente alloggio, vitto e assistenza sanitaria. Furono tralasciati, forse a causa dell’emergenza, servizi fondamentali come la mediazione linguistica-culturale, l’assistenza legale, e altri importanti servizi stabiliti dal capitolato di appalto per la gestione dei centri di accoglienza per immigrati.
Le responsabilità delle pessime condizioni di accoglienza rese al centro di Mineo, ben al di sotto degli standard minimi stabiliti dalla direttiva accoglienza (2003/9 CE), erano da attribuire, per la maggior parte, ai ritardi del governo centrale.cara7
Per non incorrere in errori di valutazioni basta ricordare quanto sancito all’art. 7 dell’O.P.C.M n. 3948 del 20 giugno 2011 in cui si autorizzavano i Soggetti attuatori a “stipulare contratti o convenzioni, con soggetti pubblici o privati, (…) garantendo servizi equivalenti a quelli previsti dal capitolato d’appalto del Ministero dell’Interno per la gestione dei Centri di Assistenza Richiedenti Asilo (CARA).
Solo dopo tre mesi dall’apertura del Residence degli aranci, per la prima volta e con grave ritardo, si faceva riferimento in maniera incontrovertibile al capitolato d’appalto dei C.A.R.A. Il 18 ottobre 2011 la gestione del centro di Mineo passava dalla Croce Rossa, cui rimaneva esclusivamente la gestione dell’assistenza sanitaria, al Consorzio Cara Mineo un’ATI (Associazione Temporanea di Imprese) composta da: Sisifo S.C.S. (ente capofila), Sol. Calatino S.C.S. (quella del volantino n.d.r.), La Cascina Global Service, La Casa della Solidarietà S.C.S. ed infine Senis Hospes S.C.S.
Sin dal principio il Consorzio gestore definiva la gestione del centro una sfida, una sorta di missione volta a “convertire il centro di accoglienza da luogo del tempo perduto, in uno spazio di costruzione del futuro degli ospiti in esso accolti”.
L’ambizione, ancora una volta ritorna quel “volantino”, era quella di diventare “la porta dell’Europa”, al servizio del bacino del Mediterraneo. Per agevolare al meglio questo obiettivo il D.P.C.M del 6 ottobre 2011 prorogava l’emergenza Nord Africa fino al 31 dicembre 2012.
Inizia il grande business sul richiedente asilo.
(1 – continua)

Salvo Reitano

Scrivi