Caravaggio: le sette opere di misericordia corporale

Pina Mazzaglia

Foto servizio: Vincenzo Musumeci

ACIREALE – Dopo la disputa apertasi attorno alla possibilità di trasferire a Milano, nel padiglione della Caritas, per i sei mesi di durata della l’Expo 2015 le «Sette Opere di Misericordia corporale», il capolavoro di Caravaggio, Vittorio Sgarbi, ritorna sull’argomento e lo fa per una lectio magistralis tenuta alla Basilica San Sebastiano di Acireale. Un concetto di fondo, che ha costituito il terreno della discussione è stato quello del valore espositivo dell’opera che veniva strappata dalla sua chiesa di Napoli, luogo di appartenenza, per essere trasferita nel padiglione allestito dal Vaticano: un’operazione più commerciale che culturale che ha sollevato polemiche sulle condizioni di accesso alla fruizione dell’opera stessa.

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Nel 1606 viene commissionata a Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, una tela per l’altare maggiore del Pio Monte della Misericordia: un documento dell’epoca, datato gennaio 1607, ci conferma pagata con la cifra di quattrocento ducati. Il dipinto commissionato è dedicato alle sette opere della misericordia corporale, con lo scopo di rappresentare in forma pittorica, le finalità del luogo che si prestava a ospitarla. Le opere rappresentate sono quelle citate da Gesù a proposito del Giudizio Universale (Matteo, 25, 31-46): “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti”?


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Caravaggio attua in modo impeccabile la lezione studiata da tempo, lavora quasi come in una sorta di laboratorio scientifico, isolato e protetto: sperimenta le sue teorie rendendo la sua tela una vera e propria “festa” dello sguardo. La composizione impone che l’oggetto dell’indagine venga iscritto entro condizioni particolare, al fine di evitare qualsiasi interferenza esterna. Si deve risalire al periodo romano dell’artista, alla sua frequentazione degli ambienti ecclesiastici e teorici dei circoli culturali e nobiliari, per comprendere questa maestosa tela napoletana. Infatti nel suo soggiorno a Roma aveva riflettuto sulle discussioni riguardo allo statuto dell’arte, suscitate da opera quali il Discorso intorno alle immagini sacre e profane del cardinale Paoletti, che insieme ad altrettanti studiosi dell’epoca, mirava sul recupero dell’archeologia paleocristiana promosse dall’azione riformatrice della chiesa.

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L’artista lombardo dimostra la capacità di interpretare le istanze teoriche più avanzate rielaborando le unità di tempo, spazio e gesto, ponendo il dipinto in una luce conforme alle esigenze dell’indagine scientificamente sondata, quasi strategica, ad ammonire che quella resa visibile non è verità storica ma pura astrazione e idea. Rappresenta le azioni di carità come accadimenti simultanei che si svolgono in maniera casuale in un vicolo, luoghi reali, quotidiani, ben noti ai fedeli.

Caravaggio traduce l’essenza del messaggio evangelico in metafore pittoriche e iconografiche ben leggibili per la sensibilità dell’epoca, portando il fedele dentro la dimensione spaziale e temporale della rappresentazione, mostrando una capacità artistica mai raggiunta prima di allora.

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