Katya Maugeri

https://www.youtube.com/watch?v=RgRFxa2-y1Y

CATANIA – Vale sempre la pena raccontare quelle storie che navigano sulle onde del cambiamento, quello vero, un cambio di rotta che rivoluziona le esistenze, i pensieri, i destini di molti uomini. Abbiamo incontrato Carlos Cruz nella sede di Libera Catania, in anteprima, abbiamo intervistato e conosciuto la storia di un uomo che ha scelto di guardare il mondo da un’angolazione diversa, vivere il suo Messico da soggetto e non oggetto. Per anni Cruz è stato il leader di una delle “pandilla” – gang – più violente di Città del Messico, oggi fondatore di Cauce Ciudadano AC, una organizzazione sociale che lavora per tutelare bambini e giovani allontanandoli dalla realtà criminale, e collaboratore di Libera Internazionale.
Negli ultimi anni i centri di Cauce Ciudadano servono più di 3.000 bambini e giovani ogni anno offrendo loro laboratori informatici, serigrafia, cucina, uno studio di registrazione, i volontari – oltre 700 nelle scuole – hanno incontrato e operato con più di 10.000 giovani messicani. Una storia che lascia in noi la speranza che dal degrado e dall’emarginazione può nascere qualcosa di buono, attraverso quell’umiltà e quella tenerezza che molto spesso temiamo di riconoscere.

Qual è stato l’evento scatenante del suo cambiamento radicale?

«Sin dal primo momento ci sono state varie reazioni, mi chiedevo spesso – pensando alla vita che conducevo – “ma perché sta accadendo a me?”, e la risposta era sempre la stessa: la povertà, perché la nostra è una vita dura, ma sapevo bene che non era la risposta reale: oggi direi che a noi mancava la creatività e non conoscevamo la tenerezza. La prima svolta è avvenuta quando abbiamo deciso di interrompere la nostra collaborazione con i politici, perché diversi politici controllavano i gruppi violenti dei quartieri, e le scuole, successivamente, l’omicidio di un nostro compagno mi ha talmente scosso da decidere di non cercare vendetta per la sua morte. Era un momento molto importante, perché proprio in quel periodo noi avevamo raggiunto una forza notevole con un gruppo di fuoco molto forte, ma ho capito che la vendetta non era la strada e che avrei dovuto seguire le vie legali. E finalmente risposi alla domanda che ci accompagnò durante gli anni, eravamo solo noi a dover rompere con questi vincoli, il cambio dipendeva solo dalla nostra volontà.
Da sedici anni abbiamo formato una associazione che aiuta i giovani ad uscire da queste tristi dinamiche, rendendoci conto che le vicende della vita sono delle lezioni pedagogiche e ispirandoci a Paulo Freire – ai suoi principi pedagogici – siamo arrivati alla conclusione che il modo migliore per combattere i “pandillos” è quello di incorporare i membri delle bande nel processo di cambiamento. E dal momento della svolta totale abbiamo cominciato a vederci come soggetti e non come oggetti».

02_La sua esperienza insegna che c’è sempre una alternativa anche per chi nasce e cresce in condizioni disagiate.

«C’è una differenza sostanziale per chi ha un’attività criminale e chi si arricchisce grazie ad essa. La criminalità richiede una grande creatività, devi cercare mille soluzioni per risolvere un problema, impari ad amministrarti senza andare a scuola. Io ho iniziato la mia attività a tredici anni: falsificando documenti, rubando nelle case e altre azioni che anche se – ovviamente – in maniera negativa esprimevano una forma di creatività. Quando abbiamo deciso di cambiare ci siamo resi conto che potevamo reclutare molti giovani per la pace. Quando raccontavamo la nostra storia non era per evidenziare la nostra grandezza ma per metterci allo stesso livello, ed era pedagogia!
I giovani che tutt’oggi vivono nei quartieri a rischio devono avere una alternativa e noi cerchiamo di esserne promotori».

In una sua intervista ha affermato: “Abbiamo il diritto di essere felici”, quali strumenti dovremmo possedere per ritrovare la pace con noi stessi e riconciliarci agli altri?

«I giovani devono imparare a conoscere se stessi con l’aiuto e il supporto degli adulti.
Quando uno conosce se stesso riconosce la propria rabbia, i propri limiti: tutto ciò serve per poter lavorare in una comunità in serenità e armonia».

La cultura diventa uno strumento indispensabile, quanta collaborazione trova nelle istituzioni pubbliche?

«Le istituzioni pubbliche dovrebbero aiutare. I giovani non cercano l’istituzione, ma sviluppi. Molti di loro mi chiedono di raccontare aneddoti, ed io non scelto mai episodi legati alla mia attività criminale, ma quelli in cui ci siamo allontanati da quella realtà. È questo è importante, è un atto di tenerezza e viene accettata facilmente».


-- SCARICA IL PDF DI: Carlos Cruz, da “pandillero” a educatore di pace --


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