Salvo Reitano

Giovedì è passato. In mezzo c’è stato un sabato e questa domenica, prima di martedì giorno del gran finale. A qualcuno sembrerà Carnevale, ma io per quanto mi sforzi non ci riesco. Perdo la conta dei giorni. Non so bene se sia magro o grasso. Chi mi conosce si astiene dal farlo, ma se pure mi invitassero a una festa in maschera mi troverei a disagio senza sapere cosa fare e dire. Davvero ci si diverte quando si indossa una maschera di cartapesta o si è convinti d’irridere il quartiere vestiti dei pani di Arlecchino o Pulcinella? Non ce ne sono già troppe, in giro, di queste maschere che imperversano tutto l’anno e capaci di trasformare la farsa in tragedia?
Guardò in tivù le folle che approdano alle città deputate a magnificare re burlone: Viareggio, Venezia, Cento, Fano, Acireale, per citarne alcune, e rimango incredulo mentre  si insinua a serpentina intorno al collo una stella filante di malinconia e mi sembra di sentire i coriandoli di un tempo lontano scrosciarmi addosso come pioggia lieve. Schermata 2017-02-25 alle 16.44.18
Forse, nel dormiveglia del divano, quando la mente fantastica e può capitare di ritornare ragazzi, mi piacerebbe vestirmi da cosacco, con i famosi pantaloni in panno, la papakha, il copricapo alto in pelle di pecora, la  camicia e il classico caftano, una casacca lunga fino alle ginocchia stretta sul petto da una serie di bottoni leggermente svasata nella parte inferiore e gli orecchini d’argento a forma di mezzaluna. Ma sono sequenze affrettate, flash di immagini senza costrutto, spezzoni di un film senza inizio né fine. Non ero un cosacco, non lo sarò per i giorni a venire.
Se mi invitassero al ballo mascherato potrei al massimo presentarmi così, alla buona, e restare tutta la sera in un angolo ad aspettare che il trambusto si estingua. Forse porto con me antiche riluttanze nei confronti di questa “festa” che gli anni non sono riusciti a stemperare.
Da bambino, in un lembo della periferia catanese, i mie genitori mi mandavano al Carnevale dei piccoli che si teneva nel teatro della parrocchia, dove la platea era stata liberata dalle poltrone per far posto alle danze accompagnate dai musicanti sul palco.
La prima volta mi vestirono da Sioux: giacca e pantaloni di pelle color cuoio chiaro, le penne in testa, l’arco, le frecce e l’immancabile ascia rigorosamente di gomma. Il momento della vestizione era lungo, soprattutto quando si doveva decorare la faccia con i classici segni dei pellerossa e continuava per tutta la strada che separava la nostra casa dall’oratorio dove, improvvisi, si materializzavano diavoletti, colombine, spadaccini, arlecchini, pulcinella, sultani e soprattutto i cowboys che alla vista di un “indiano” ci davano dentro con pistole e fucili creando in me più che paura, disagio. Non riuscivo a entrare nel vivo della festa e la festa non mi catturava. Restavo solitario, fino al ritorno di mamma e papà, sotto il copricapo di penne di aquila e tacchino, tenendo stretti nelle mani arco e ascia. Intimidito e silenzioso.
Sul palcoscenico una banda, formata dei ragazzi più grandi della parrocchia, bravi con gli strumenti, rallegrava di note la platea festante e colorata. Era a loro che mi avvicinavo, vincendo la timidezza: alle chitarre, al pianoforte, alla batteria, alla fisarmonica, alla cromatura delle trombe la cui lucentezza  finiva per riflettere dei contorni di me ora slargati ora allungati a seconda della posizione e della distanza. E me ne derivava ciò che non mi ha più lasciato e forse, per un ritorno di nostalgia, mi è pure caro: lo scoramento da Carnevale che impazza, tra burle, cori, coriandoli e stelle filanti. Da allora non ho più creduto alle maschere.

 

 

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