C’è da tenere l’occhio al cannocchiale. Ancora pochi mesi e il decimo anniversario della Carta Europea dei Ricercatori attraverserà i cieli del nostro calendario. Marzo 2015, e sarà già tempo di bilanci: quanto abbiamo fatto? che cosa stanno facendo gli altri?

Prepariamoci. Cerchiamo di evitare il peggio. Che almeno non si passi per provinciali. Che non si stia lì col naso all’insù senza sapere neanche quale novena porti questa cometa dall’Europa.

Dunque, ricapitoliamo: che cosa dice la Carta?

La Gazzetta Ufficiale (22.3.2005, L75/67) riporta integralmente il testo, come a voler dire che, se non è proprio una legge, si tratta pur sempre di una “raccomandazione” di rango giuridico. Cito:

Il valore di tutte le forme di mobilità dev’essere pienamente riconosciuto nei sistemi di valutazione della carriera e di avanzamento professionale dei ricercatori, affinché questo tipo di esperienza possa contribuire positivamente al loro sviluppo professionale. […] La società dovrebbe apprezzare più pienamente […] la professionalità dimostrata dai ricercatori […] nel loro ruolo poliedrico di lavoratori del sapere, dirigenti, coordinatori di progetti, manager, supervisori, mentori, consulenti di orientamento professionale o comunicatori scientifici”. […] “Eventuali esperienze di mobilità, ossia un soggiorno in un paese o regione diversi o in un altro istituto di ricerca (pubblico o privato), o un cambiamento di disciplina o settore, sia nell’ambito della formazione iniziale che in una fase ulteriore della carriera […] dovrebbero essere considerate contributi preziosi allo sviluppo professionale del ricercatore.

L’invito è a riformare i modi del sapere. Insistere sul valore della mobilità, intesa sia come mobilità geografica (spostarsi nel mondo per ampliare il confronto), sia come mobilità delle competenze (un lifelong learning che permetta di mantenere adeguate le capacità dello studioso).

Sono scenari che, a guardarli da questa parte del Mondo, hanno ancora qualcosa di esotico. La relazione con l’estero risente di un certo provincialismo, fatto paradossalmente di opposti: da una parte manca un diffuso confronto con il contesto internazionale; dall’altra ci si fa prendere da ansie esterofile che ci lasciano in balia dello strapotere dei periodici stranieri o che affidano la valutazione dei nostri progetti di ricerca a commissioni estere (in quest’ultimo caso il provincialismo è di tipo “infantile”: come se non sapessimo che ogni soggetto “serio” della comunità internazionale valuta da sé e non ha bisogno di chiedere aiuto “ai più grandi”).

Per ciò che riguarda la mobilità delle competenze, la Carta europea caldeggia la valorizzazione del composito e del molteplice. Invita ovvero a premiare quei leader di équipe in grado di circondarsi di giovani ricercatori che sappiano sfruttare la “liquidità” della cultura contemporanea. Il che significa: dimestichezza con le lingue, confidenza con i finanziamenti europei, saper promuovere il proprio territorio all’estero, avviare collaborazioni inter-ateneo e inter-nazionali e via dicendo. Si tratta in parte di nuove competenze, che vanno costantemente aggiornate, e rispetto alle quali i ricercatori dovrebbero essere valutati. Le indicazioni sono state recepite dalla recente normativa (si veda per esempio l’articolo 9 del dlgs 49/2012, o i criteri per l’Abilitazione Scientifica Nazionale). Tuttavia, manca ancora una “cultura” – una prassi – che valorizzi veramente chi tra i giovani ricercatori mostra entusiasmo in tale direzione.

Del resto, l’invito alla mobilità è giustificato dall’evidenza dei suoi vantaggi. Sia per il mondo della ricerca, sia per il territorio in cui opera. Le raccomandazioni europee emergono da uno studio molto serio. Il senso complessivo è: non basta la conoscenza della disciplina, oggi sono richieste anche abilità che permettano all’équipe di ricerca di promuovere all’estero i propri risultati attirando finanziamenti e incrementando le valutazioni basate su “parametri sociali”.

Certo, non mancano i casi positivi. Tra i tanti possibili, cito il progetto MIRRORS che la cattedra di Storia della Filosofia e il Dipartimento dei Processi Formativi dell’Università di Catania avviarono qualche anno fa, generando esperienze di studio impossibili con le sole risorse locali.

Operazioni del genere hanno anche una ricaduta sul territorio e sono più che mai importanti per le zone ricche di stratificazioni culturali a volte sottoutilizzate. Penso adesso alla Sicilia, ma il discorso potrebbe farsi per tutto il Belpaese. Firenze si è adoperata in tal senso usando l’eredità rinascimentale per generare un indotto – scientifico ed economico – che conta circa duemila studenti americani l’anno. In Sicilia il patrimonio non mancherebbe: da Archimede a Majorana, passando per le attrattive naturalistiche e la posizione nel bacino mediterraneo, c’è di che avvalersi. E allora è proprio con un invito rivolto alla Sicilia che vorrei concludere. L’Europa ha manifestato delle linee guida; il legislatore italiano le ha fatte proprie. Adesso tocca ai Dipartimenti e alle Università valorizzarle: reclutare nuovi ricercatori in grado di conciliare rigore scientifico e dialogo internazionale.

Un simile proposito, là dove non vi sia già una prassi consolidata, sarebbe il miglior modo per andare incontro all’imminente anniversario. Per una volta potremmo interpretare in modo a noi favorevole i moniti degli astri all’orizzonte. Qui, del resto, si mostreranno con chiarezza. La volta celeste è ben limpida. Come capita spesso sotto le propizie atmosfere delle zone remote.

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