Affermare che le cose nel mondo degli uomini vanno in maniera  diversa (e, in un certo senso, sono diverse) da come da un po’ di secoli a questa parte ce li racconta quel modello di lettura razionale del mondo che chiamiamo ‘scienza’, è un dato di fatto. Il reparto umanistico, altrimenti,  sarebbe stato fatto fuori da tempo. E l’affidavit alla comunità dei ricercatori che si occupano di scienza sarebbe stato scritto senza riserve. Sappiamo che non può essere così. E per forza di cose. Anzi, ‘in forza’ delle cose. Che in questo caso vedono schierati alla ricerca del ‘nesso’, della relazione, dati di fatto (scientifici) e atteggiamenti, intenzioni, comportamenti del singolo.

La triste cronaca nera di questi giorni – l’identificazione in Massimo Bossetti del presunto assassino di Yara per mezzo di prova genetica  – fa emergere questo rapporto in maniera dilaniante ed esplosiva, ancorché critica. Da una parte gli uomini di scienza; dall’altra, la scienza degli uomini. E benché il senso comune possa indurre a concludere sbrigativamente la faccenda, di fatto non è così. Il nesso tra le due parti è chiamato a mettere insieme l’Uomo e gli uomini, le istanze di un protocollo laboratoriale che offre risultati prossimi a una certezza che rischia la perfezione e la natura multiversa dell’individuo (declinati al singolare o al plurale non è rilevante) che oltrepassa, con l’infinita messe di tentacoli di cui è capace, l’evidenza della scienza.

Si tratta, pertanto, di porre la questione in termini logici – anche quella di fattura umana, certamente –  ma che almeno ritiene, dall’osservatorio privilegiato da cui intende muovere i suoi passi, di sgombrare il terreno dai numerosi ostacoli del senso comune.

Così si chiarifica la questione che la scienza spiega l’Uomo e ci può aiutare a comprendere chi sono gli uomini. Ma non può andare oltre questa sorta di aiuto speciale. E, dall’altra parte, che una comprensione affinata dei singoli soggetti, per quanto estesa numericamente, produca ottime casistiche, ma non ci restituisce l’universalità del ‘tipo’ Uomo. Tra le due rive del ‘tipo’ e degli individui, l’alveo del fiume degli eventi umani scorre dentro, restringendosi e allargandosi, trascinando nella corrente sia inaspettate intelligenze sia insospettabili violenze.

E sempre allo stesso modo si intuisce, aiutati da una logica coerente e non di parte, che il modo in cui siamo ‘fatti’, un frammento biologico di noi, è condizione per essere riconosciuti, forse nell’immobilità di una postura che sta di fronte a uno specchio (la nostra impronta, il nostro profilo genetico, si dice), ma non è presupposto indiscusso per sapere come diventiamo e come ci comportiamo; in breve, come siamo capaci di essere nel nostro modo di essere.

Le impronte sono una mirabile fonte di classificazione, ma perciò stesso sottraggono la vitalità, riducendo una vita a dati. In uno schedario le impronte di un galeotto senza il curriculum criminale sono utili a sapere soltanto che ciò che sta depositato lì è il sacco vuoto di un’esistenza che va scavata, indagata e compresa. La raffinatezza del metodo per raccogliere l’‘impronta’ migliora procedimento e risultati, ma non chiude il cerchio in maniera migliore di quanto fosse già sistematizzato nello schedario di cui sopra. Impronte e profili criminologici sono perciò alla ricerca di nessi via via più forti. Diversamente, in assenza o in mancanza di un apporto forte della ‘Scienza degli uomini’, per la Scienza dell’Uomo sarà sempre più facile stabilire che c’è stata simultaneità, compresenza, contatto (che rimane fondamentale per arrivare a una qualche verità), ma ci sfuggirà sempre cosa e perché abbia dato luogo a certi eventi. E il ‘perché’ è umano, troppo umano.

Anche un triste caso di cronaca costringe a fare i conti tra l’Uomo e il significato di riconoscersi come tale in una rete di relazioni. E la sensazione che siamo costantemente in presenza di una reciproca irriducibilità tra verità offerte dalla scienza e costruzione di significati umani, è indagine molto ‘al di sotto’ di qualsiasi sospetto.

A proposito dell'autore

Docente di Storia della filosofia contemporanea, Università di Catania

Salvatore Vasta insegna Storia della filosofia contemporanea nell’Università di Catania. All’interno del Dipartimento di Scienze della formazione, al quale afferisce, svolge attività di ricerca sul rapporto tra scienza e filosofia e, in particolare, su epistemologia evolutiva e darwinismo.

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