Non si può dire che in tempi recenti vi sia stata una indignazione più unanime e convinta di quella suscitata dall’affaire “Schettino prof. all’università”. E infatti come non indignarsi di fronte a uno Schettino che insegna all’università? Come non stigmatizzare il docente che lo invita a “tenere lezioni” in un master?

Ma in tutta questa indignazione, ci si è dimenticata la corretta narrazione di quanto successo. Al solito, si è preferita una facile indignazione a chilometro zero su un soggetto e un evento che ha visto un concorde convergere del comun sentimento, trasversale ad ogni schieramento politico. E si è colta al volo un’altra occasione – offerta su un piatto d’argento dalla inopportuna e criticabile iniziativa di un docente resosi, come si diceva una volta, “oggettivamente complice del nemico” – per sferrare il solito attacco all’università, stigmatizzando «il rumore senza sostanza dell’università italiana, il vuoto di sapere, il fumo senza arrosto, la spettacolarità al posto del rigore, l’audience salottiera e l’intrattenimento invece della sperimentazione responsabile, del protocollo scientifico, dei controlli di qualità». Ovvia la deduzione che se ne trae nella comune coscienza di un pubblico sempre più disinformato su tali questioni: a che pro’ finanziare una università in cui dei criminali fanno lezione? Perché spendere soldi per docenti che invitano uno Schettino nei loro master? Rottamiamo questi baroni del cavolo, che sanno fare solo i propri interessi e sono in combutta con i delinquenti, oltre ad essere nepotisti e incriminati come l’indignato rettore della Sapienza Luigi Frati!

Locandina SchettinoMa le cose non sono così semplici (come ormai qualcuno già si rende conto – vedi questo video e il recente articolo di Wired). In primo luogo, come si evince dalle locandine e dal programma dell’evento, questo non è stato organizzato all’università ma al circolo aeronautico della casa dell’aviatore; in secondo luogo, Schettino non ha tenuto una “lezione”, e meno che mai “magistrale” come si è più volte ripetuto, e quindi non è né è mai stato, nemmeno per un secondo, “prof. all’università” o “in cattedra alla Sapienza”; ha solo “commentato” (per circa dieci minuti) la presentazione di un docente a contratto dell’università (come si evince dal programma). Nonostante ciò si insiste – anche da parte di chi è a conoscenza di queste informazioni –  sul modulo retorico facente uso di locuzioni come “Schettino prof. all’università”, “Schettino che insegna alla Sapienza”, di Schettino invitato “a tenere una lezione al seminario nell’ambito di un master” e così via. Con ciò lasciando nel lettore una impressione falsa e distorta.

Non solo, ma si è di fatto emanato un giudizio penale di condanna, con affermazioni quali «l’uomo che, insieme a 32 vite, ha provocato la fine dell’etica del comando e della tradizione marinara italiana», «la faccia di Schettino che è un capolavoro di autocompiacimento criminale», «…successo dell’impunito Schettino fa impallidire anche quello del punito (e recluso) Fabrizio Corona» e così via, dimenticando che Schettino è “impunito” perché il processo è ancora in corso, non perché gode di un particolare privilegio immunitario. Il tutto con buona pace del garantismo reclamato per altri ben più pericolosi soggetti.

E se su questa base si decreta il “naufragio dell’università”, allora l’improvvida iniziativa di un suo componente si trasforma in “exemplum” del male endemico che per intero la colpisce: tutti i docenti complici di Schettino, tutti allo stesso livello dell’incauto (ci esprimiamo per eufemismi…) che ha concepito questo “crimine”, tutti meritevoli di rottamazione. E non si riflette sul fatto che se accadono cose del genere, ciò è dovuto anche a quello che s’è voluto fare negli ultimi decenni dell’università: una “azienda” alla disperata ricerca di “clienti”, da attirare con eventi da baraccone, con lauree honoris causa discutibili, con seminari organizzati da attori, cantanti, uomini di spettacolo o imprenditori (come Briatore che tiene lezioni di economia nella “eccellente” Bocconi). E i docenti che si ribellano a questo andazzo e vorrebbero dare maggiore serietà e impegno alle loro discipline, vengono intimati con l’esigenza di promuovere, con la necessità di giustificare perché bocciano, in quanto l’alto numero di fuoricorso fa scendere il rating, la “valutazione” dell’università, e ciò porterebbe a minori finanziamenti.

Ma perché non parliamo di queste cose, invece di fare il moralismo a buon mercato con Schettino?

 

P.S. Tutti i virgolettati sono tratti da un articolo di Francesco Merlo.

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