Sembrava potessero esserci i presupposti per un saluto pacifico ma la delusione e il rammarico sono troppo forti, il tradimento imperdonabile perché il Catania e i catanesi potessero riabbracciarsi nuovamente. Al fischio finale della gara contro la Fidelis Andria un boato sugli spalti accompagnava la festa della squadra, dei dirigenti e del tecnico Moriero. Ma poi l’atmosfera cambiava, la tensione tornava a farla da padrona al Massimino. Due mondi paralleli, distanti e non intrecciabili, al momento. Festa sul rettangolo verde, contestazione nelle curve: due entità distanti anni luce che non si incontrano. La Curva Sud esponeva uno striscione eloquente: non c’è nulla da festeggiare perché quanto è stato fatto è il minimo, un atto dovuto alla città. Gioia soltanto per i colori, quel rosso e quell’azzurro che non lasceranno il professionismo… disperazione perché urge rinnovare l’aria…

Catania vive una condizione paradossale, costretta a vivere un rapporto di amore-odio con la propria squadra del cuore. Mantenere il titolo sportivo professionistico era vitale, lo sapeva bene la tifoseria rossazzurra, che comunque anche oggi, a malincuore, è rimasta a lungo fuori dallo stadio per contestare una proprietà che non rappresenta più la gente appassionata, una squadra che non ha saputo lottare in ogni partita nel corso di questa stagione deludente, sì, nonostante penalizzazioni e burrascosi avvenimenti anche extra calcistici.

Il nostro giudizio su quanto accaduto quest’anno, neanche troppo velatamente, lo abbiamo già dato. Il campionato del Catania è un fallimento perché non è riuscito a dar valore alla quintessenza del calcio, il connubio tra tifosi e giocatori, tra il club e la città che anzi continua e continuerà a chiedere a gran voce un ricambio totale ai vertici e non soltanto. Perché una squadra capace di annullare in tre partite una penalizzazione non avrebbe dovuto salvarsi all’ultima giornata, non per merito del Matera, che per uno scherzo del destino ha rappresentato l’inizio e la fine di questa parentesi rossazzurra della stagione 2015/2016. E sarà fallimento del calcio… ogni volta che sarà calpestato il cuore della gente che paga il biglietto o l’abbonamento, che piange da tre anni a questa parte. Ogni volta che il dirigente di turno dirà che “soltanto i calciatori tengono alla maglia”. Ogni volta che si scenderà in campo senza avere il sangue agli occhi.

Futuro? Domanda che è diventata tabù. “Chissà”. “Adesso è presto per parlarne”. “Vedremo cosa dirà il presidente”. “Sarà garantita continuità”. “La società rimane in vendita”. Queste risposte sono il motivo per cui il futuro del Catania non può che essere una delusione dopo l’altra. Il calcio vive di lunghi respiri, di memoria e di progetti che oggi non sembrano esistere. Garantire continuità non è fare un favore a nessuno, non è elemosinare nulla. Questo non è sport.

Avrebbero potuto salvarsi i giocatori, o Moriero. Ma invece tutti sono finiti nel calderone delle delusioni. Nessuno ha dato alla città la scossa che serviva.

Non c’è nulla da festeggiare. Il Catania non è ancora salvo. Lo sarà, quando sarà messo un punto e si andrà a capo lontano dall’erba del vecchio Cibali.

 

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