di Anna Rita Fontana

Teatro

Catania, al Machiavelli l’angoscia della morte e la dolcezza della meditazione

Il dolore  e l’angoscia della morte, da un lato, la dolcezza della meditazione dall’altro, nella simbiosi immagine-suono, sono stati i perni di un’esperienza multisensoriale avvolgente per l’attento pubblico del Teatro Machiavelli di piazza Università. In oggetto l’esecuzione di spicco del Quatuor pour  la Fin du Temps di Olivier Messiaen, da parte dell’Offerta Musicale Ensemble, sotto il coordinamento musicale di Riccardo Insolia, tra i curatori del progetto Il suono dell’estasi, insieme a Renata Gambino, Giuseppe Montemagno e Grazia Pulvirenti Puggelli, che ne ha curato la regìa.

Promosso dall’associazione “Ingresso Libero” e dalla Fondazione Lamberto Puggelli, in collaborazione con l’Università degli Studi di Catania e il Dipartimento di Scienze Umanistiche (presente il direttore Giancarlo Magnano San Lio) tale progetto, che si volge alla suddetta opera del compositore francese, composta nel 1940 nel campo di prigionìa di Gorlitz, al confine tra Germania e Polonia, vuole instaurare un ponte col passato per un dialogo tra le arti performative, che infranga ogni barriera di generi aprendo ad essi gli spazi del teatro.

Dedicato dai suoi promotori a tutte quelle vite stroncate dal dramma della guerra, nel tentativo di un approdo salvifico alle nostre coste, nonché alle vittime dello sterminio nazista, il “Quartetto per la fine del tempo”, per musica, testi e immagini è concepito dall’autore per un organico differente dal quartetto classico, ovvero per violino, clarinetto in si bemolle, violoncello e pianoforte ( anziché per violino, viola, violoncello e pf), in quanto destinato a tre internati della prigionìa insieme allo stesso Messiaen che ne diviene il pianista.La realizzazione comprende le scene di Darko Petrovic, il found footage di Alessandro De Filippo, la postproduzione video di Alessandro De Caro, le luci di Alessandro Arena, gli effetti elettronici di Luciano Maria Serra, gli elementi pittorici di Mara Bartoli, l’aiuto regista Carmelo Costa, direttore di scena e dell’allestimento, scenografo realizzatore Angelo Gullotta.

Un’opera complessa riletta da un cast competente, con una struttura in otto movimenti, numero esoterico che tende all’infinito, dopo il sette che simboleggia i giorni della creazione, come ha evidenziato Giuseppe Montemagno in apertura di serata (e in un dettagliato programma di sala) dall’iniziale mare di cristallo sopra i cieli ( Liturgie de cristal) sino alla Louange à l’Immortalité de Jésus: frutto di un’ispirazione visionaria che attinge la sua spiritualità all’Apocalisse di Giovanni (il cui riferimento visivo è la Tenture de l’Apocalypse, una raccolta di arazzi conservati nel castello di Angers) da cui si desumono i testi, tratti anche da opere di Jean Lurcat e di Mario Luzi, che l’incisiva voce recitante di Emanuela Pistone inframezzava all’interagire ardito del violino di Lorenzo Mazzamuto, del clarinetto di Carmelo Dell’Acqua e del violoncello di Gleb Stepanov, sul martellare pianistico di Graziella Concas.

Tutti muniti di tecnica ferrea tra schegge parossistiche in pieno clima di avanguardie trasgressive da Novecento, tra effetti di rarefazione sonora e cigolii metallici, sullo scorrere di immagini proiettate ai lati da due grandi schermi sotto luci colorate o asettiche: guerra, devastazione, volti scavati dal dolore, ma anche l’infinito di galassie e i colori smaglianti dell’arcobaleno in una dimensione surreale e onirica, nel contraltare della speranza che affiora dal senso dell’eterno, su distensioni liriche al di là del dato materiale, dal forte intento del compositore di restituire valore etico alla musica. E con l’amore per la natura( fra pietre e colori, nell’essenza indecifrabile degli accordi bleu-orange) trascrivendone tutta la vita il linguaggio ornitologico dei volatili, di cui il clarinetto si è reso voce impeccabile. Un messaggio di gran lunga apprezzato dal pubblico, per quell’inesprimibile dischiudersi della fine del tempo (annunciata dall’angelo dell’Apocalisse) a un Messiaen prigioniero , che da uomo di fede avrebbe tracciato ai posteri l’inizio di una ricerca temporale infinita.

in primo piano Emanuela Pistone,  da sinistra  Lorenzo Mazzamuto, violino, Gleb Stepanov, violoncello, Carmelo Dell'Acqua, clarinetto, Graziella Concas, pianoforte

in primo piano Emanuela Pistone, da sinistra Lorenzo Mazzamuto, violino, Graziella Concas, pianoforte, Gleb Stepanov, violoncello, Carmelo Dell’Acqua, clarinetto,

 

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