CATANIA – “Più maestri di vita che poliziotti, più cultura della conoscenza che cultura della legalità. Quando bisogna ricorrere ad una divisa per imporre la legge, la legalità appunto, vuol dire che una comunità, grande o piccola, dallo Stato al Comune, ha già fallito nella sua missione”.

Antonio Presti, il mecenate di Fiumara d’arte e di tante altre iniziative culturali, ma non solo, da quindici anni è un cittadino di Librino. Tale si ritiene perché ha un amore e una sensibilità per la “città satellite” che era difficile riscontrare in chi è nato e cresciuto in questo quartiere che è una vera e propria città nella città. Ma l’opera “missionaria” di Presti a favore della bellezza come valore di condivisione e crescita ha creato dei seguaci orgogliosi di rappresentare un quartiere che non può essere solo conosciuto per la sua condizioni geografica di marginalità, né per la facile etichettatura di simbolo delle incompiute pubbliche e del degrado sociale.

E non è certo un caso se “La porta della bellezza” – la monumentale opera d’arte voluta e realizzata proprio da Presti – da qualche anno è lì, inviolata in una città dove una panchina o un vaso di fiori durano pochi minuti.

“La Porta della bellezza è l’affermazione che i percorsi educativi ed emozionali hanno un valore in sé difficile da superare che può portare a veri e propri esempi di civiltà e rispetto. Ho voluto realizzare un Porta che non fosse solo simbolica e, adesso, infatti è un passaggio obbligato per chi entra ed esce in città dalla zona dell’aeroporto. Librino diventa, quindi – spiega Antonio Presti – punto di snodo e non più periferia”.

  • La sua presenza su Catania in questi ultimi anni sembra essersi diradata, perché?

“C’è stato un corto circuito comunicativo con l’attuale Amministrazione Bianco dopo l’edizione del Rito della luce di tre anni fa. Da allora non ci sono stati rapporti di condivisione e di avvicinamento reciproco. Ma se ci fosse disponibilità e sensibilità dall’altra parte io non potrei che esserne felice e riprendere con la passione che accompagna ogni mio progetto. Librino, a parte tutto, resta nel mio cuore, è il mo cuore. E’ un quartiere che deve vivere di bellezza e crescere consapevole della propria identità. Lasciamo stare la vecchia impostazione delle politiche sociali che non sono altro che il tentativo di riparare ai guasti provocati dalla stessa società, dall’amministrazione pubblica, dalla politica”.

  • A Librino la sua figura di “missionario della bellezza” come è stata accolta? E’ contento delle risposte che ha ricevuto?

“Librino ha risposto benissimo. Lo dicevo prima: La porta della bellezza non è stata scalfita, offesa, violata. Al contrario: è difesa dai cittadini che ne hanno assimilato il valore simbolico e reale. E’ un grandissimo risultato dal punto di vista etico e spirituale. Sono quindi felice che il mio desiderio di donare qualcosa al quartiere, che restituisse identità concreta alla cultura sia stato apprezzato e condiviso. In questa parte della città ho trovato partner splendidi e appassionati. I sacerdoti e le suore, che sono conforto spirituale e materiale quotidiano per tutti, i presidi delle scuole, i volontari delle più diverse associazioni che sono tantissimi, quasi a confermare quanto ci sia di bello e positivo in questa periferia troppo spesso offesa e bistrattata. Devo dire, piuttosto, che invece le amministrazioni pubbliche sono apparse a volte distratte, per non dire indifferenti o insofferenti”.

  • Una soddisfazione tangibile del lavoro e dell’impegno di tanti uomini e donne di buona volontà?

“La più grande sicuramente è vedere i bambini di ieri essere diventati ragazzi e alcuni adulti responsabili, cittadini rispettosi, lavoratori onesti, padri di famiglia affettuosi che riescono ad affermarsi nella società con l’impegno nel lavoro e nella legalità. La semina sta dando i suoi frutti: il seme è buono, il terreno anche e il raccolto non può che essere buono nel suo complesso. La periferia è capace di rigenerarsi e di migliorarsi da sé”.

  • Lei anni fa parlava degli orti urbani come una possibilità di risorsa economica, ma anche di recupero del territori: è soddisfatto di quanto è stato fatto?

“Gli orti urbani vengono visti solo come possibilità economica per soddisfare le proprie esigenze o ricavarne micro reddito. Io penserei anche ai “fiori urbani”, al verde pubblico adottato dai privati per recuperare spazi abbandonati o degradati. Sarebbe un’operazione importante non solo dal punto di vista estetico, ma soprattutto spirituale”.

  • La porta della bellezza è un progetto che si è concretizzato, ma per Librino lei aveva pensato anche il Museo d’arte Terzocchio meridiani di luce, a che punto è?

“Sono stato preso da altri progetti su Catania, dove sarò sempre più presente – conclude Antonio Presti – per un’iniziativa sull’Etna, e Taormina è, inevitabilmente, c’è stato un rallentamento. Ma questo patrimonio di museo etnoantropologico con 30.000   ritratti sarà presto concretizzato. Sto lavorando ad una sorta di anteprima a natale quando si potrà realizzare una prima proiezione di queste immagini sulle facciate dei palazzi di Librino. Saranno i miei auguri al mio quartiere”.

Daniele Lo Porto

Dal Giornale di Sicilia del 15 novembre 2016


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