CATANIA – “Casa dolce casa”, si dice, di solito. O almeno, a dirlo è chi un tetto sulla testa può averlo: e non tutti, è bene ammetterlo, sono così fortunati. E in un periodo di crisi come questo,nel quale i caratteri della “crisi economica” si fondono irreversibilmente a quelli della “crisi sociale”, il tema casa dovrebbe essere all’ordine del giorno, oltre che accessibile a tutti. Ma non è così.

Su queste basi si fonda la piattaforma di proposte “sull’abitare dignitoso”, promossa da Cgil e Sunia e presentata questa mattina a Catania: l’iniziativa, partendo da un’attenta analisi sul fabbisogno nel territorio provinciale, mira a risolvere diverse questioni ancora aperte, quasi dimenticate da chi di dovere, come l’assegnazione di case popolari, le difficoltà odierne del mercato edilizio, le mancate utilizzazioni di abitazioni e gli sfratti per morosità incolpevole.

E i dati parlano chiaro: gli ammessi nella graduatoria del 2015 per l’assegnazione di una casa popolare da parte del Comune di Catania sono 3989, ma le graduatorie comunali nei comuni della provincia sono per l’80% vecchie di almeno dieci anni. E non solo. Il crescente impoverimento e la mancanza di risposte da parte delle istituzioni ha causato un ulteriore calo del numero delle richieste: segno inequivocabile di una sfiducia generalizzata, quasi irrecuperabile. Ed è qui che entra in gioco il ruolo del dossier stilato da Cgil e Sunia.

“Vorrei sottolineare l’impegno profuso dal sindacato per affrontare il tema casa”, afferma Giacomo Rota, segretario generale della Camera del lavoro. “A causa di questa drammatica crisi che ha colpito Catania, stanno progressivamente peggiorando le situazioni che, prima d’ora, erano già piuttosto difficili. Tutto ciò comporta un ulteriore impoverimento dei ceti bassi che si trovano, pertanto, a vivere situazioni impossibili”, ha aggiunto.

Sempre più numerosi sono, infatti, i casi di soggetti appartenenti alla fascia di popolazione più fragile, tra cui anziani e immigrati, che non possono accedere ad un alloggio pubblico, sia a causa del reddito, che a causa della mancanza di strutture abitative disponibili. Già, perché gli alloggi non ci sono, o sono sfruttati male o inutilizzati: tra i centri più sviluppati d’Italia, Catania è quello che ha una delle quote più basse di edilizia abitativa pubblica, con circa 800 mila alloggi a fronte di una richiesta da parte di 600 mila famiglie.

“L’emergenza abitativa a Catania va di pari passo con l’emergenza lavoro”, spiega il segretario della Fillea Cgil, Giovanni Pistorio. “Se guardiamo i dati del biennio 2007/08 e li confrontiamo a quelli del 2013/14 notiamo subito un calo del 66% dei lavori edili, con un conseguente calo del numero degli operai impiegati. E ciò, naturalmente, anche a causa della crisi”, continua. Secondo Pistorio, infatti, le idee ci sono, ma non c’è la possibilità di metterle in atto: “Viviamo in una città che non si è impoverita per l’incapacità di creare: in tutte le sedi di competenza il dibattito è ben avviato”, ha dichiarato.

Duro, invece, l’attacco rivolto da Giusi Milazzo, segretaria provinciale del Sunia – Sindacato Nazionale Unitario Inquilini ed Assegnatari – che ha raccolto i dati che vanno a comporre il disastroso quadro offerto dal dossier: “Non è vero che le risorse non ci sono: il problema è che non sappiamo utilizzarle. Nel 2014 il fondo di morosità incolpevole – circa 400.000 € a Provincia, è stato praticamente inutilizzato con solo due richieste nel territorio catanese”, spiega. Ci tiene, poi, a precisare come non ci siano secondi fini: “Non vogliamo fare di quest’iniziativa uno slogan, ma vogliamo che ci sia un intervento repentino, con continui lavori sul territorio e l’istituzione di un tavolo sulle politiche abitative in ogni Comune”.

E le istituzioni? Perché i dati ci sono, e non sono positivi: “Le istituzioni sono assenti, in particolare per quel che riguarda il Governo regionale”, ha proseguito Milazzo. “La Sicilia è l’unica che non ha dovuto far fronte alla modifica della legge sugli IACP – Istituto Autonomo Case Popolari -, e latita, un po’ per disinteresse, e un po’ perché questi sono temi complessi, con molti interessi dietro. C’è la sensazione che manchi la volontà di conoscere realmente il problema, per diversi motivi…”, ha spiegato.

Altra questione urgente è quella relativa alla situazione di chi non ha accesso al credito, come gli anziani e gli immigrati, sempre più in difficoltà: “I dati del dossier offrono un quadro sconfortante della nostra città”, afferma la segretaria generale dello Sindacato Pensionati Italiani, Nicoletta Gatto. “La popolazione anziana ha raggiunto un livello molto basso: anche quelli con case di proprietà vivono con gravi mancanze di sicurezza, a causa della crisi. Ci muoviamo quotidianamente per venire incontro ai bisognosi, abbiamo cercato di creare numerosi tavoli di lavoro, ma siamo stati inascoltati, anche e soprattutto dal Comune di Catania, nonostante abbiamo un contatto diretto con l’assessore al welfare”, ha aggiunto.

Sulla stessa lunghezza d’onda Angela Battista dell’Ufficio migranti della Cgil di Catania: “Stiamo lavorando duramente affinché venga ultimata una proposta di regolamento dei permessi di soggiorno, che rientra a tutti gli effetti tra i diritti del lavoratore. E ciò per cancellare qualsiasi discriminazione, perché noi italiani, in caso di affitto, non dobbiamo presentare alcuna richiesta, a differenza degli immigrati”, ha affermato.

All’incontro è intervenuta anche Gianna Fracassi, segretaria nazionale della Cgil, che ha voluto congratularsi di persona per l’operato svolto: “Il dossier rappresenta un ottimo lavoro che ci consente di avere un quadro preciso della situazione: è bene, però, ricordare che i dati sulle politiche abitative hanno valenza nazionale. E’ impensabile che a fronte di questa emergenza i fondi stentino a decollare. Bene anche quanto fatto dalla Camera del Lavoro, che permette ad un sindacato come il nostro di far di questo tema un punto centrale della sua politica”, dichiara.

“Sarebbe, però, importante un intervento consistente da parte del Governo nazionale: è vero che l’imposta sulla prima casa sarà oggetto della prossima legge di stabilità, ma così non si risolve il problema”, aggiunge. Secondo i dati, infatti, l’abolizione della tassa d’incidenza sulla prima casa permetterebbe sì di risparmiare 55€ alla famiglia con un immobile di poco valore, ma agevolerebbe anche chi, tra i ceti alti, possiede una proprietà di maggior pregio, con un risparmio che può arrivare fino ad 800€.

“Non diciamo “No” all’abolizione della tassa, ma vogliamo che si parta da chi è in condizione di difficoltà, perché così si penalizza solo chi sta peggio. Inoltre è bene dividere il lavoro in settori, ad esempio quello che riguarda il Mezzogiorno: è vero che serve un piano per il Sud Italia, ma nel programma non bisogna abbandonare le infrastrutture sociali, sminuendo il problema, ma urge allargare il discorso toccando punti diversi, come la riqualificazione dei centri urbani. Adesso basta con gli spot sul Mezzogiorno, perché non sarà la legge di stabilità a risolvere tutti i problemi esistenti. Bisogna spostarsi sul territorio per capire bene i problemi specifici”, attacca la Fracassi. Perché tagliare è difficile, e questo si è ben capito: ma quando entra in gioco un tetto, una casa, urgerebbe un po’ d’attenzione in più. Per una volta.

Antonio Torrisi

Scrivi