di Salvo Reitano

CATANIA – La vecchia retorica che dava Catania come la Milano del sud è in disarmo. Forse non ce ne rendiamo conto ma chi è stato chiamato ad amministrare questa città, negli ultimi anni, ne ha fatto scempio.
Il capoluogo etneo è lo specchio più sfaccettato dell’intera società isolana. Il posto dove le contraddizioni si mostrano in pieno giorno. Le grandi ricchezze che convivono con l’economia sommersa e l’arte di arrangiarsi. Le prime  sostenute in convegni e seminari, le altre cinicamente massacrate. Dell’arte di arrangiarsi, a Catania, si può anche morire. E accaduto, succederà ancora. Eppure  un consumismo sfrenato, da ultimi giorni di Pompei, si contrappone a una sacca sempre più grande di emarginazione con decine di migliaia di disoccupati e interi nuclei familiari ridotti alla povertà.
Una città smarrita, che insegue se stessa e i vecchi miti. Una città incattivita dal traffico, una città malata dalla quale chi può fugge, una città lamentosa, nei quartieri della vecchia periferia ormai abitati dagli immigrati. Una città fragile, dispersa in mille isole, che diventa sempre più decrepita con la borghesia in pensione e la società civile in ritirata, impaurita.
Vista  dai quartieri popolari o dai salotti della vecchia elite, Catania non è più se stessa, è lo specchio di un’Italia che galleggia nella crisi, ormai scontenta di se.
Fateci caso: se incontrate un amico in via Etnea inevitabilmente passate i primi dieci minuti a parlar male della città, del sindaco e dei suoi assessori. E come potrebbe essere altrimenti. Sono bastate poche ore d’acqua e il Tondo Gioeni, lì dove c’era il vecchio ponte abbattuto senza un vero progetto alternativo, e il muro sopra la Circonvallazione si è trasformato in una cascata d’acqua pericolosa e devastante. Altro che Niagara, noi abbiamo le Cascate del Gioeni, come comicamente lo hanno ribattezzato i catanesi. Basta attendere la prossima perturbazione per rivivere la scena: si allagheranno nuovamente strade e quartieri e chi governa è ancora lì che studia, propone e blatera improbabili soluzioni.
Per questo a Catania fanno rumore i mugugni, il borbottio sui ritardi alle fermate degli autobus. Il caos provocato dal traffico alimentato da scelte avventate alle quali si aggiungono i segni di inciviltà lasciati selle strade e sui marciapiedi, la scomparsa delle buone maniere e la maleducazione strisciante.
Una città in condizioni drammatiche  senza una strategia valida da parte dell’amministrazione dove la competenza e la preparazione degli assessori non sempre coincidono con il ruolo al quale sono stati chiamati.
E poi c’è il problema  del controllo del territorio per il quale è urgente ripristinare un tavolo sulla sicurezza (se c’è  la città non se ne è accorta) con la partecipazione non solo degli organi di polizia ma anche e sopratutto delle associazioni di categoria, commercianti in testa,che pagano il prezzo più alto in un momento di crisi non solo economica ma anche istituzionale, costretti a chiudere le loro attività e licenziare il personale.
C’è una metamorfosi in corso, una lunga e faticosa transizione che ha divorato luoghi e persone, slogan e stili di vita. E’ finita la Catania “fiorita” della fine degli anni ’80 e degli anni ’90 che aveva portato a Palazzo degli Elefanti il rampantismo del giovane repubblicano Enzo Bianco. Il suo ritorno, salutato con euforica speranza, è andato ad impantanarsi nei tanti problemi da risolvere a partire dalle buone pratiche urbane, dai muri da ripulire, dalle buche da rattoppare, dai tombini da svuotare, mentre diventava prioritario l’inutile abbattimento del Ponte e la “liberazione” del lungomare, non siamo riusciti a capire da cosa e da chi.
Il primo cittadino è ora visto come il regista mancato di un Rinascimento che non arriva.
È il crollo delle aspettative il male oscuro di Catania. L’attesa di qualcosa o di qualcuno che ripaghi la gente dalla fatica di vivere, da mamme acrobate da un asilo nido all’altro che chiedono conto e ragione a un sindaco sfuggente, dove le promesse dell’amministrazione comunale si infrangono contro la realtà che vede migliaia di famiglie strozzate dalla crisi e private dei più elementari diritti e servizi  strumentalizzati ai fini della propaganda politica,  da impiegati stressati e da disoccupati disperati pronti a gesti estremi.
La propensione al lamento dei catanesi, non è un vizio assurdo, un alibi per chiamarsi fuori. E’, invece, la spia di un allarme per avere sempre il meglio, perchè la politica e chi amministra restituisca a Catania quel che oggi è una colpevole mancanza: l’amore per i suo cittadini.

S.R.

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