«Where is piazza Currò?». Settembre inoltrato e turisti per le vie del centro cittadino. Eccomi qua, un Sabato mattina mi fingo straniero e vado a visitare le inutili e famose terme dell’Indirizzo. Famose perché riempiono qualche pagina di libro. Inutili perché rubano spazio alle auto, ai parcheggiatori abusivi, ai motorini e a non so cos’altro. Cosa vuoi che sia un impianto termale romano, periodo imperiale? Regge o no il paragone con quarantacinque-cinquanta pescecani Audi, Renault, Fiat e Peugeot? Sai quanti soldi potresti farci con questi? Non difendo i ruderi, do rilevanza ai pasticci. E volete mettere un catanese in centro coi mezzi pubblici o che si allontana da casa, a piedi, per più di duecento metri? Non scherziamo: cosa penseranno di lui amici e vicini di casa?

Il contesto è di quelli che non si dimentica. Mura lorde tutt’attorno a certi luoghi alla moda. Così dicono. Un ristorante e un alberghetto per giovani. Slogan dei tifosi del calcio Catania compresa la scritta “Speziale libero”: motto europeizzato. Di stranieri, di quelli veri, neanche l’ombra. Colonna sonora – dramma per residenti? – il concerto delle gatte in calore. Groviglio di piazze e viuzze tra pescheria e Castello Ursino da non disprezzare qualora ci trovassimo altrove, ovviamente: se curato, se occupato da cittadini rispettosi e responsabili. L’Italia non ha sapore unico, lo dico a discapito dei meridionalnichilisti un tanto al chilo.

Sono arrivato. Un’indicazione artigianale in legno così piccola da renderla inutile accanto al cancello delle Terme. Tutto chiuso, catena e lucchetto in vista. L’ampia cancellata non impedisce la visione dei ruderi. Gli spazi non sono curati, non si percepisce idea capace di dar valore al complesso romano. L’indicazione turistica, a destra del cancello, quasi completamente illeggibile, pasticciata da un – come definirlo? – artista di strada. Il nome innanzitutto. Terme dell’indirizzo perché lì c’era il monastero dei carmelitani di “Santa Maria dell’Indirizzo” che in parte ne assimilò strutture in preparato cementizio, mattoni e immancabili blocchi lavici. Poi il convento si trasformò nella scuola “Amerigo Vespucci”.

Le terme formate da dieci ambienti erano di uso pubblico – non sono abituati i catanesi ai servizi per il pubblico, a meno che non riescano a privatizzarli. Si notano (così almeno sulle guide) una grande sala a pianta ottagonale, parte delle fornaci, i condotti per la circolazione dell’aria calda e i canali per lo scorrimento acque. Pare che insieme alle altre terme cittadine, Rotonda, Achilliane e il complesso sotto piazza Dante, i bagni dell’Indirizzo fossero il vanto della città tardoromana.

Ebbene? Voto: 4 meno meno. Catania non era città a vocazione turistica? Non era città le cui bellezze antiche bilanciavano le bruttezze della modernità? Non tanto e non solo sui libri quanto lì sulla strada ove è facile stimare il peso degli anni trascorsi? Trascurabili stordimenti (in verità). Mi sa che ci ripenso allora. Voto: 2.

A proposito dell'autore

Giornalista e saggista

Marco Iacona, giornalista e saggista. Siciliano non per colpa sua. Autore di sei volumi dal colonialismo italiano all’éra pop passando per il Sessantotto. Il settimo è in arrivo. Conosce Trento, Trieste, Bologna, Milano, Bergamo, Asti, Roma, Firenze, Pisa, Genova e Venezia. Non è mai stato ad Amalfi. Preferisce i fumetti a Nietzsche e Nietzsche a Hegel. Studia la destra ma preferisce Woody Allen. Ama l’opera lirica, la Callas e Pasolini. Ha vissuto quarant’anni in Sicilia e quattro in Piemonte. Nel 2010 ha riattraversato lo Stretto non per nostalgia.

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