di Marco Spampinato

Catania – Domenica 2 novembre inizia alla buon’ora. E’ l’alba e appena dopo il primo caffè decidiamo di uscire di casa.
I mezzi del Comune puliscono le strade già prima che siano le 6.30, i bar lavorano grazie ai clienti mattinieri, ciclisti bardati di tutto punto, e in gruppi anche folti, percorrono il viale Africa alla volta del Lungomare per poi procedere verso Aci Castello, Acireale e oltre; podisti, in coppia o in gruppo, mettono in moto corpo e cervello.
E’ una bella impressione quella che ci offre Catania alle 7.00 del mattino di domenica 2 novembre, giornata dedicata alla commemorazione dei defunti. Il “Giorno dei Morti” vede il cimitero cittadino “I Tri Canceddi”, osservare l’orario di apertura mattutina fino alle 13,00 e pomeridiana dalle 15,30; sono previste anche varie celebrazioni eucaristiche.
Solo due giorni addietro ci siamo lasciati alle spalle la “festa” pagana di Halloween, importata dagli Stati Uniti dove era precedentemente giunta quale antica tradizioni di origine irlandese.
Lo scorso venerdì sera (Halloween di venerdì…brrrr…che brividi!) avevamo notato gruppi di bambini, in special modo durante il nostro tour da cronisti nei paesi pedemontani, Aci Sant’Antonio, Aci Bonaccorsi, Viagrande e Zafferana Etnea, dediti alla scampanellata alla quale fare seguire la domanda di rito “Dolcetto o scherzetto?”. Un’occasione relativamente recente per vedere socializzare i bambini, spendere qualche euro in acconciature, trucchi e vestiti simili carnascialeschi o, tra i più grandi, per riversarsi la sera tra pub e ristoranti. Tra questi, in molti casi, in un tripudio di invitanti zucche gialle scavate, e illuminate dall’interno, qual testa mozza uscita da una “Legend of Sleepy Hollow” qualsiasi. Risotti e zuppe assicurate, e ai sapori di stagione, quanto meno.

1016868_10200126284395284_4628134411843184738_nAltra storia evoca, invece, il giorno dei morti già caro, nella letteratura gialla e noir, a due mostri sacri quali Agatha Christie e Georges Simenon dei quali “Giorno dei Morti” e “Il Viaggiatore del Giorno dei Morti” vi caldeggiamo di leggere.
Lontano dalla piovigginosa Londra o da un Porto de La Rochelle spesso ammantato dalle nebbie ci ritroviamo parecchio più a sud e, più esattamente, in una Catania raggiante quanto meno perché assolata e baciata dai caldi raggi del sole.
21.5 gradi centigradi non sono, forse, una novità ma consentono a più di qualche decina di bagnanti di trascorrere una domenica sì autunnale ma che, qui da noi, ancora ammicca all’estate, con tanto di tuffi nello spettacolarmente azzurro, e “caldo e pulito” a quanto ci dicono alcuni bagnanti della costa vulcanica di Cannizzaro. Di ritorno da Aci Castello, lungo la Scogliera e, rientrando a Catania dal Lungomare sono tanti i bagnanti che incontriamo, addirittura alcune strutture balneari, formalmente chiuse alla fine di settembre per la conclusione della “bella stagione” hanno i portoni aperti e favoriscono l’ingresso degli “aficionados”.

Cose siciliane, insomma.
Ma, forse complice il perdurare di una crisi economica forte, e che ottunde i cervelli fino a scalfire pure la speranza, registriamo come, da un paio d’anni perlomeno, ci sia un concreto ritorno alla riscoperta delle tradizioni.
Tra queste quella del giorno che succede a quello dedicato a Tutti i Santi, il 2 novembre, sembra riaffermarsi come fu per tutto lo scorso secolo a partire dalla seconda metà dell’800.
Sono tanti i bambini, in Sicilia perlomeno, che si addormentano la notte del 1 novembre convinti di ritrovare, al risveglio uno o più regali “lasciati” ai piedi del letto dalle persone amate che non sono più con noi.
Un modo, per i vivi, di confrontarsi, di accettare la morte; un modo, non invasivo ne con venature horror, di favorire il ricordo dei defunti; una celebrazione degli affetti e della memoria in una tradizione che, nell’intera Penisola, è presente quasi solo in Sicilia e che, nel mondo, ha corrispettivi solo in Messico e in alcune zone dell’America Centrale e, in Oriente, soprattutto nel Paese del Sol Levante. Il tutto con opportune e sostanziali differenziazioni. E con buona pace degli anglosassoni che sono soliti regalarsi i bellissimi crisantemi se innamorati mentre, da noi, gli stessi fiori sono, e restano, tra i più gettonati per rendere omaggio a quei parenti e amici soggetti della visita al cimitero.
Siamo pittoreschi e folcloristici, qui al sud, e non potevamo esimerci dall’aggiungere qualcosa di questa tradizione antica pure nel segmento gastronomico; è così che tra un rimando letteralmente antropofago e una malcelata voglia di far proprie l’esperienza e il ricordo del caro estinto ci si ritrova a mangiare, pasteggiando con il terzo o quarto caffè quello che segue la pasta al sugo e il secondo, quasi sempre, di carne (magari con funghi visto il periodo), le °Ossa dei morti”, un dolce dall’allure davvero particolare.
Terra di sensi e controsensi, la Sicilia. Di ancestrale e moderno. Di fusioni, spesso, mal riuscite ma, come a Napoli e in Campania, ricca di episodi tutti suoi.
Così, verso la fine della nostra passeggiata di quattro ore che ci ha portati anche al cimitero, giustamente, a dedicare almeno una preghiera a chi non è più con noi, ritorniamo in città.
Giunti a piazza Mancini Battaglia, dove la città, con un suo caratteristico porticciolo, si riaffaccia al mare di Ognina ci fermiamo per fotografare, e annotare, l’ultima curiosità da offrire a questa giornata.
Il signor Giuseppe è un simpaticissimo ambulante, con tanto di autorizzazione, dedito alla preparazione delle caldarroste. Le castagne rosolano e scoppiettano, complice il sale e la carbonella ben infuocata, nel loro recipiente. Piccole colonne di fumo bianco avvisano che la buccia comincia a bruciacchiarsi e che il frutto delle italiche colline e dei declivi montuosi comincia ad essere cotto, perfetto per una degustazione post prandiale, meglio se innaffiate da buon vino rosso.
L’anomalia sono gli oltre 22.5° della tarda mattinata etnea “Cchi vuliti ca vi rica – spiega il venditore di caldarroste allargando le braccia – Macari l’annu scossu capitau ‘nda stissa manera e mi ficiru i fotografij ppi n’autru giunnali. Fa cauru e mmi staju cca maghietta cche manichi a cutta. Ma è sempri u periudu dde castagni e allura, comu tradizionj, sugnu cca c’arrustu!”. Sorride lui, sorridiamo noi. Il nostro sacchettino pieno di caldarroste lo acquistiamo, pagandolo, ringraziamo e andiamo via promettendo la stampa di una delle immagini realizzate per questo servizio. La traduzione dal siciliano pensiamo non sia necessaria. Così come siamo certi che, certe scene, complice un clima unico e una vis comica atavica, non potranno facilmente essere vissute in Lombardia o altrove in Italia.

Foto servizio di Marco Spampinato

 

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