di Marco Spampinato

CATANIA – È crisi nera, con una vera emorragia di opportunità a perdere. Centinaia di esercizi chiusi, saracinesche abbassate per sempre: è il commercio che va a morire.
A Catania, drammaticamente, come altrove. Senza accampare scuse, senza poter pensare che, se si fa parte di un male comune, probabilmente, non c’è nulla da fare e sono le cose che “…devono andare così “.
Angela Mazzola, assessore alle Attività produttive del Comune di Catania aveva fatto diramare un comunicato, che abbiamo ampiamente trattato in quello che è divenuto il penultimo articolo di cronaca sull’argomento.
Nel suo intervento Mazzola dichiarava rispondendo, soprattutto, alle precedenti dichiarazioni, e prese di posizione, dei vertici della sede cittadina di Confcommercio “I politici saranno lontani dai problemi dei commercianti, ma mi stupisce molto che il direttore generale di Confcommercio Catania, Antonio Strano, fornisca sulle imprese della Provincia dati diversi da quelli di Movimprese, che si occupa di natalità e mortalità delle imprese italiane registrate nelle Camere di commercio”. Ammettendo la veridicità sostanziale dei dati già precedentemente fornite dalla riconosciuta associazione nella sua nota l’assessore puntualizzava inoltre: “… In realtà  il direttore generale di Confcommercio Catania ha citato solo le cessazioni scordando di ricordare le iscrizioni, che sono state superiori offrendo, così, una rappresentazione assolutamente falsata della realtà. Nessuno deve, di certo, cantare vittoria con la crisi che, purtroppo, colpisce cittadini e commercianti, ma è giusto fare chiarezza. Nel 2013, infatti, secondo i dati forniti da Movimprese, Catania ha avuto 5.749 cessazioni a fronte di 6.674 iscrizioni, quindi con un saldo attivo di 925 pari allo 0,92% in attivo. Ma non è finita: nella graduatoria del primo trimestre del 2014, Catania risulta al decimo posto nella classifica dell’intera Italia”.
Non ci sarebbe di che sorridere, in effetti. E, purtroppo, le cose non stanno nemmeno così.
Con una risposta ufficiale fatta pervenire  agli organi di stampa è, adesso, proprio Confcommercio Catania a fare definitivamente chiarezza sull’intera vicenda.
E i “numeri” vengono forniti, nero su bianco, sul loro grafico schematico e di semplice lettura in modo da essere ben compresi da tutti.
“I dati espressi dal direttore generale Antonio Strano, relativi alla mortalità delle imprese – riportiamo dal comunicato stampa di Confcommercio – sono stati forniti dalla Camera di Commercio di Catania.  Essi Comprendono il periodo che va dal 1.6.2012 al 23.9.2014 e sono estrapolati con un metodo diverso da quello usato da MOVIMPRESE. I metodi sono ambedue attendibili e non discordanti, se saputi leggere e interpretati. Di seguito – viene indicato – la tabella dalla quale si evince come sia  il Commercio a posto fisso che quello ambulante presentano saldi negativi, per non parlare degli Artigiani”.
“I dati forniti dall’assessore Mazzola – si legge a conclusione del documento – come da sua dichiarazione sono relativi al solo 2013”. E, pertanto, non tengono conto della maggior completezza temporale e del più ampio periodo preso in considerazione da Confcommercio Catania per offrire ai lettori dati, tra l’altro, decisamente più attuali oltre che attenti.
Li leggiamo anche noi, allora, questi “saldi negativi”, consci, ed esperimenti, che nei periodi dell’Economia (sia micro che macro) è necessario valutare i fenomeni nei tempi medi, oltre a quelli lunghi, per provare ad avere contezza degli eventi comunque, per assunto, periodici, fatti cioè di alti e bassi con cadute e risalite e con presenze di “orsi” e “tori”. Keynes continua a vivere, e insegna con la sua “teoria” mai del tutto superata. Ci sono, nell’Economia delle nazioni, dei Continenti, del Mondo, momenti storici eccezionali, casuali e, soprattutto oggi, sempre più “comandati e indotti”; tempi durante i quali le crisi economiche si sviluppano e deflagrano per poi lasciare spazio alla “ripresa” e, alcune volte, allo “sviluppo”.
Li leggiamo tutti questi numeri dietro i quali sono rappresentati i tanti momenti di difficoltà figli di una crisi perdurante e apparentemente senza sbocco.
Sappiamo che, dietro ogni segno “meno” si “cela”, con tutta evidenza, una espressione di disagio personale, un contesto di problematica sociale che incide preoccupantemente non solo sui singoli commercianti, imprenditori, artigiani ma include e opprime tutta la società civile attraverso un dramma che, solo a Catania, coinvolge, per gli effetti di anni di tregenda, migliaia di famiglie.
Quando poi, più a “ragionevole ragione” che a torto, si finisce col sentirsi soli, incapaci di dare una svolta alla propria vita, di portare il dignitoso “pezzo di pane” a casa, di provare, in tutta onestà e rispetto delle regole, a santificare in modo laico il lavoro, senza averne più la possibilità, allora, in questi momenti, si può divenire preda, e vittime, della disperazione, ci si ammala, e non tutti riescono a trovare il coraggio di chiedere aiuto.
Ma, oggi, l’aiuto non lo possono dare più neppure i genitori, anziani o vecchi, ai quali la scure delle imposte e dei prelievi coatti mette a repentaglio pure le pensioni, nella maggior parte dei casi assai modeste.
E non c’è lavoro per i giovani. E quando, ancora in forze, tra i 35 e i 60 anni ancora nella assoluta possibilità/dovere di lavorare perdi il posto, vieni licenziato in un’azienda che fallisce o da un’altra costretta a chiudere, capita che chiedi aiuto alle istituzioni, alle impotenti Amministrazioni delle città, capita che, in preda al panico, sotto il peso di responsabilità non tue, abbattuto dalle difficoltà e dopo aver provato il ricorso a un welfare che, in Italia, non esiste, non ce la fai più.
Ed è un mix pericoloso fatto di frustrazione delle proprie potenzialità, di senso di inutilità, di pericolosa afflizione per un disagio che diventa malessere e, poi, inguaribile depressione.
Capita che solo ci resti veramente e crepi precipitando in un vortice senza salvezza, risucchiato nel tuo personale vortice creato da altri, però. E diventi, prima di ammazzarti, vittima della sindrome dell’abbandono e di una indifferenza meschina e incivile, fatta di visi lunghi e spalle che si stringono.
Ci si spara, signori, ci si impicca alla trave più alta, ci si dà fuoco, in un estremo atto di protesta, in quel momento dove la sconfitta ci soprafa  tanto è ineluttabile. E ci vuole rispetto per tutti i troppi caduti.
Si muore mettendo fine alla propria esistenza mentre, attorno, muore il senso di umanità, muore il senso civico, perché non si ha la forza di invocare misericordia, perché non si crede più possibile vedere la luce alla fine di un tunnel lungo e tortuoso.
E, generalmente, si muore soli, troppo soli, tra le strazianti lacrime di chi ha veramente amato e perde un affetto insostituibile, senza, a propria volta, essere riuscito a salvaguardare la speranza, la fiducia in un domani migliore. E quando si muore, oggigiorno, non c’è considerazione per l’infinita mestizia di una vita, comunque, ingiustificabilmente spezzata.
Non c’è la dovuta partecipazione. Capita che le istituzioni locali, come ha fatto anche la Giunta comunale Bianco a Catania, non facciano neppure il minimo accenno a fatti del genere. In questi casi non si va negli ospedali, non ci si fa una foto di gruppo, non si mette mani al portafogli per contribuire alle spese del funerale ché, ovviamente, non c’è bisogno, non fa apprezzare il gesto di solidarietà dovuta, non ci sono bici da riparare.
In questi casi non c’è finzione e neppure ipocrisia, non c’è più neppure il doveroso cordoglio oramai.
Non siamo tutti ugualmente sensibili. Non è una attribuzione di colpa ma un fatto, anche di cronaca.
Riportiamo, di seguito, il senso di sconforto e evidenziata preoccupazione che, dai dati forniti da Confcommercio Catania, scaturiscono. Il periodo preso in considerazione va dal 1 giugno del 2012 al 23 settembre 2014 ed include le iscrizioni al Registro delle Imprese e le cancellazioni già effettuate, i numeri attribuiti alle varie chiamate riguardano le iscrizioni, quelli tra parentesi sono inerenti le cancellazioni del medesimo periodo, il saldo finale che ne scaturisce viene contrassegnato col segno di sottrazione:
Commercianti in sede fissa, iscritti, dal primo giugno 2012 al ventitré settembre 2014, 3.325; cancellati nel medesimo periodo (3.678). Commercianti ambulanti iscritti 649, cancellati (578). Artigiani 1.656 (2.561). Pubblici esercizi 555 (410). Servizi Imprese e Persone 2.116 (1.935). Totale iscrizioni 8.301. Totale cancellazioni (9.162). Differenza (-861).
Oltre la cronaca, statistica nuda.

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