di Alessandro Famà

I Carabinieri del Comando Provinciale di Catania hanno posto agli arresti domiciliari Mario Musumeci, assistente capo della Polizia Penitenziaria in sevizio presso la Casa Circondariale di Catania Bicocca, per i reati di corruzione continuata e detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti del tipo marijuana e cocaina commessi dal 2009 al febbraio 2013.
Le indagini, coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Catania, sono state avviate a seguito dell’arresto in flagranza di reato nel novembre 2012 dell’assistente capo della Polizia Penitenziaria Antonino Raineri in servizio presso il carcere etneo di Piazza Lanza perché trovato in possesso di un pacco contenente cocaina, marijuana, “pizzini”, profumi ed altri oggetti che doveva consegnare ai detenuti dietro un corrispettivo di denaro. Il soggetto è stato, quindi, condannato con sentenza non ancora definitiva dal Tribunale di Catania per detenzione di droga e corruzione.
L’attività investigativa sviluppata successivamente, grazie all’apporto fornito da diversi collaboratori di giustizia e agli esiti di attività di intercettazione, ha consentito di documentare l’esistenza di un sistema di corruzione che ha visto coinvolti in modo sistematico alcuni appartenenti alla Polizia Penitenziaria in servizio presso le carceri catanesi che, in modo continuativo, hanno favorito dietro pagamento di somme di denaro numerosi soggetti affiliati ad organizzazioni mafiose, operanti a Catania e provincia, durante i periodi di detenzione.La gamma dei servizi e delle prestazioni fornite in favore dei detenuti era estremamente variegata anche in relazione alla posizione ricoperta all’interno del Corpo di Polizia Penitenziaria. Si andava, infatti, dall’introduzione all’interno del carcere di materiali di genere vietato, quali alimenti non consentiti, sostanze alcoliche, profumi, telefoni cellulari, supporti informatici MP3 ed, addirittura, droghe del tipo cocaina e marijuana, fino a garantire ai soggetti la possibilità di incontrarsi tra loro riservatamente, di avere colloqui telefonici con i propri familiari anche oltre il numero massimo consentito, di essere tempestivamente avvisati in occasione dell’imminente esecuzione di misure cautelari, di ricevere e veicolare messaggi e comunicazioni ai congiunti.
Le indagini hanno fatto emergere come Giuliano Gerardo Cardamone, già Comandante della Polizia Penitenziaria di Bicocca, fosse un soggetto stabilmente a disposizione del clan dei Laudani da cui veniva mensilmente retribuito. Nei confronti dello stesso è stata ravvisata la sussistenza del delitto di corruzione aggravata e di concorso esterno in associazione mafiosa. In altri casi si è accertato che il pagamento avveniva in relazione alla singola prestazione illecita fornita dal pubblico ufficiale infedele con somme variabili dai 200 ai 300 euro per ogni pacco introdotto all’interno delle strutture carcerarie. Tali sono le ipotesi delittuose a carico di Mario Musumeci, Antonino Raineri, Giuseppe Seminara (assistente capo di Polizia Penitenziaria presso Bicocca sospeso dal servizio in quanto già sottoposto a misura cautelare nell’ambito dell’operazione “Fiori Bianchi”) e Vito Limonelli (già assistente capo della Polizia Penitenziaria presso Piazza Lanza).
Il Giudice per le indagini preliminari, pur riconoscendo l’estrema gravità dei fatti contestati e la sussistenza di un grave quadro indiziario a carico di tutti gli indagati, ha disposto l’applicazione della misura degli arresti domiciliari solo a Musumeci in quanto, per gli altri, non ha ravvisato elementi che consentissero di formulare una prognosi di sussistenza delle esigenze cautelari non ravvisando, quindi, l’attualità del pericolo di reiterazione di condotte analoghe avendo gli altri indagati interrotto il rapporto lavorativo con l’amministrazione penitenziaria.

Alessandro Famà

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