Pina Mazzaglia

CATANIA − Divulgare l’arte, rendere fruibile il patrimonio culturale è risorsa strategica per lo sviluppo sociale ed economico di un paese, leva fondamentale per l’economia e per l’indotto che gravita attorno al settore turismo, ultimamente penalizzato dalla crisi che ha gravato su migliaia di famiglie. Temi di interesse storico, artistico o sociale, sia in ragione del tracciato geografico, sia in funzione dei contenuti e dei vari  significati fanno parte di circuiti museali che ogni regione, capoluogo di provincia, città vanta di avere, come importanti luoghi d’attrazione e ruoli, che essi possono svolgere per la valorizzazione culturale del territorio. In questo ambito, in linea con le policy europee, Catania si è da tempo dato l’obiettivo di preservare, promuovere e rendere accessibili tutti quegli elementi che concorrono a definire la propria identità culturale: dalle Terme Achilleane a quelle della Rotonda, dal Teatro Greco Romano e Odeon al Palazzo Platamone o della Cultura, con i caffè letterari, all’arte, ai paesaggi naturali, all’artigianato, per fare solo alcuni esempi: luoghi deputati della storia locale, vetrine per buongustai e palati raffinati. Il patrimonio culturale è una risorsa strategica per lo sviluppo sociale ed economico di un paese, come determinante è il potere di investire della politica culturale, settore in cui l’amministrazione locale interviene,  espresso, sia a livello didattico, sia a livello informativo veicolando le info e tutte le iniziative con l’obiettivo di inseguire una redditività diretta dei musei. A tal fine l’Amministrazione si sta muovendo, anche se limitata dalla lentezza burocratica e da un degrado urbano sempre più crescente, in mano ormai da tempo, al nuovo proletariato dell’immigrazione e a un mancato senso civico sempre più diffuso. Sarebbe  necessario prestare più attenzione ad aree deteriorate e sempre più a rischio, aggiornando la promozione a tutela del patrimonio, tramite opportuni interventi di valorizzazione, sensibilizzazione e comunicazione, e, migliorandone in primis l’aspetto urbano e paesaggistico lasciato ahimè, sempre più fine a se stesso. Sotto altri aspetti invece si colloca la scelta e la necessità di far quadrare i conti che ha condotto i vertici dell’amministrazione provinciale a ridurre le spese. Dal mese di giugno infatti sarà possibile visitare due delle più famose istituzioni provinciali, Museo del Cinema e Museo storico dello Sbarco in Sicilia  solo fino alle 15,45, indicato come ultimo ingresso. È singolare come a ridosso del periodo vacanziero non si svolga un’azione più incisiva di visibilità: da una parte si vuole che la cultura sia considerata come valore economico, dall’altra ci si rifiuta di esaminarla secondo questo codice; da una parte si pretende che la cultura sia considerata un investimento, dall’altra si evita che qualcuno voglia calcolare quanto rende e come possa aumentare tale risultato. Dietro il miraggio di una crescita economica legata all’uso del patrimonio, all’istituzione di nuovi musei, alla produzione di brillanti esposizioni temporanee, come quelle su indicate, può celarsi una realtà ben diversa, un disegno di egemonia culturale e politica le cui finalità sono facilmente intuibili. E se la globalizzazione ci porta a una forma benché minima di omologazione, i nostri cimeli, rari nel mondo,  non stimolano più di tanto la coscienza dell’establishment culturale che promette di rispondere senza nessun impegno efficace.

Caso significativo è la chiusura del museo archeologico del Castello Normanno di Adrano, baluardo medievale che racchiude dentro le sue antiche mura parte dei reperti dell’antica Adranon città fondata da Dionigi il Vecchio di Siracusa nel 400 a.C. Qui la questione è ancora più grave poiché si è ben pensato di avviare i lavori di restauro proprio con l’approssimarsi dell’estate. Il turista mordi e fuggi che volesse conoscere la storia del territorio in questione deve ripensarci e ritornare sui suoi passi. Non stiamo a sottolineare la perdita in tema economico delle piccole realtà che operano all’interno di una fetta di territorio come quello dell’hinterland etneo, dove disoccupazione e pressione fiscale induce la gente a confrontarsi sempre di più con una depauperata realtà, poiché tematica sotto gli occhi di tutti. Nonostante ciò, in questi ultimi anni è in atto un braccio di ferro fra coloro che spingono verso un uso commerciale della cultura e coloro che sostengono che il vero valore del patrimonio sia quello che si riflette nella crescita culturale delle comunità. Che la cultura è un diritto dei cittadini, una necessità delle società evolute tanto quanto la scuola, la salute, l’assistenza sociale, che la cultura è un fattore trainante dello sviluppo economico, che la cultura è la lingua che permette la connessione delle nostre società è fatto risaputo o almeno così millantano alcuni. Ne sentiamo sovente in giro parlare. In estrema sintesi, qualunque associazione fra cultura e superfluità è abominevole dal punto di vista civile ed economico. Non serve a nulla istituire e chiudere. All’opposto, l’informazione, la conoscenza e la fruibilità sono sempre più importanti del contenuto delle merci stesse, il paradigma su cui modellare il futuro delle città e la produzione di ricchezza intesa come materiale e perché, noi aggiungiamo di felicità.

 

Scrivi