Marco Iacona –

Segundo de Chomón, “allievo” di Méliès, è autore del primo lungometraggio d’animazione italiano: “La guerra e il sogno di Momi”. Ultimo evento in programma per il maggio dei libri, proiettato ieri nel refettorio del palazzo della cultura. Pubblico numeroso, il pomeriggio prevedeva anche un incontro sul tema “Perché la guerra?” incentrato sulle figure di Einstein e Freud e sul noto brevissimo carteggio.
Muto con didascalie italiane e sottotitoli in inglese, il film è datato 1917: anno di guerra. Protagonisti sono due ragazzini diversissimi l’uno dall’altro. Il primo coinvolto negli orrori del conflitto. L’altro invece, figlio di un combattente, intento a giocare con due burattini nel salotto di casa. Sarà lui a guidare lo spettatore verso l’imprevedibile.
Cosa pensate? Anche i burattini cominceranno a farsi la guerra, trasformando il corpicino del fanciullo oramai dormiente in scomodissimo campo di battaglia. Quella guerra così “artistica” da farci venire in mente tecniche futuriste, così “vera” da rimandare a figure letterarie da “nuova oggettività”, è occasione per trasferire il “male” in ambienti del tutto pacifici. Finale delizioso: il bambino punto da una baionetta troverà conforto tra le braccia delle madre. Morale? Il dolore non risparmia nessuno.
La guerra è laboratorio di tecnica e meditazione in più direzioni. Basterebbe anche operare una riflessione sulle pagine firmate da Einstein e Freud. Renato Pucci e Giuseppe Raniolo esaminano le “costanti” guerra e aggressività, secondo ragione e dottrina dei due cervelloni europei, introdotti da Mario Forgione.
Complessa la storia di Freud. Raniolo tiene una lezione sui “contrasti presenti all’interno dell’essere umano: su creatività e distruzione. Già nel 1909 Freud scrive che l’uomo è «portato all’istintualità selvaggia» pur nella presenza di limiti dati dall’esistenza dell’altro. In “Totem e Tabù” traccia una «teoria dell’umanità e della cultura». Il maschio dominante viene ucciso dai figli, in quel momento per regolare le relazioni umane nasce la cultura. E nascono diritto e religione come senso di colpa. Nel 1921 dopo aver letto Le Bon (ben conosciuto da Mussolini e da Hitler), Freud scriverà “Psicologia della masse e analisi dell’Io”, molto dopo il noto “Disagio della civiltà”.
In una folla «il livello intellettivo si abbassa». Le folle vengono colpite da immagini e slogan, il narcisismo si dilata. Le masse si sentono invincibili e sono innamorate del capo. Il peso dell’irrazionale dà la forza al gruppo ma questo può essere alimentato anche dalla ragionevolezza. Le forze “distruttive” possono essere governate tramite il riconoscimento. Sublimazione e controllo sono azioni sulle quali si può lavorare». Freud, conclude Raniolo, non dice «sì alla guerra»; le guerre non servono proprio a nulla. Guerra uguale distruzione.
Il pacifista Einstein porrà alcune domande al “collega” austriaco, dice Pucci. Una sulle possibilità dell’esistenza di una «struttura sovranazionale». È lui a invitare Freud a uno «scambio di opinioni, a un confronto sulla guerra». È il primo a lanciare un messaggio di pace; pace alla quale lo scienziato «si è costantemente dedicato». Già nel 1914 ha firmato il contro-manifesto per la non adesione alla guerra, al contrario di Freud invece che vi ha aderito «con entusiasmo».
Una volta giunto in America, il premio Nobel verrà trattato, anche se solo inizialmente, come comunista «sovversivo». Pochi anni ancora e nascerà il “progetto Manhattan” diretto da J. R. Oppenheimer.

A proposito dell'autore

Giornalista e saggista

Marco Iacona, giornalista e saggista. Siciliano non per colpa sua. Autore di sei volumi dal colonialismo italiano all’éra pop passando per il Sessantotto. Il settimo è in arrivo. Conosce Trento, Trieste, Bologna, Milano, Bergamo, Asti, Roma, Firenze, Pisa, Genova e Venezia. Non è mai stato ad Amalfi. Preferisce i fumetti a Nietzsche e Nietzsche a Hegel. Studia la destra ma preferisce Woody Allen. Ama l’opera lirica, la Callas e Pasolini. Ha vissuto quarant’anni in Sicilia e quattro in Piemonte. Nel 2010 ha riattraversato lo Stretto non per nostalgia.

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