Daniele Lo Porto

CATANIA – Tra i “buchi neri” della città c’è anche il Teatro Stabile. Stabile nel nome, che appartiene alla storia, mentre il suo presente, e soprattutto il futuro,  è decisamente instabile. Al di là del gioco di parole, intorno e dentro una delle massime istituzioni culturali della Sicilia  si gioca, almeno da un decennio, una battaglia politica che ha portato l’ente prima verso il baratro e, ora, decisamente dentro. Una vera e propria voragine amministrativa, secondo gli ultimi accertamenti degli ispettori regionali, di debiti fino a 13 milioni di lire. Una cifra insopportabile di questi tempi, con le finanze pubbliche vuote e con una mamma Regione prima prodiga di latte (soldi), ma adesso ormai  a secco.

Non è un mistero che in anni recenti, lo Stabile è stato usato come un ente di sottogoverno per amici degli amici, per soddisfare ambizioni personali e accontentare clienti e parenti. Non è certo facile immaginare che i 13 milioni di debiti (speriamo che non si vada oltre) non siano la conseguenza solo delle ultime scellerate gestioni, ma di almeno una lunga e consolidata prassi di  mal governo. Sarà forse necessario un intervento di archeologia contabile per poter quantificare e attribuire compiutamente le perdite di esercizio tra i vari presidenti, considerato  che la Regione Siciliana ha spesso giocato un ruolo decisamente negativo falsando di fatto i bilanci con la riduzione, a posteriori, dei contributi che aveva precedentemente deliberato. Un concorso di colpe, quindi, che non deve, però, servire per arrivare al giudizio di “nessun colpevole”.

In questa fase di profonda  crisi, con i dipendenti in assemblea permanente, sarebbe auspicabile uno sforzo comune per favorire se non una soluzione quanto meno l’individuazione di un percorso condiviso e, invece, cresce l’attrito tra il presidente Salvo La Rosa, nominato pochi mesi fa, e il vice presidente Jacopo Torrisi, già nel Cda dai tempi della gestione di Nino Milazzo. Un braccio di ferro di questi tempi  non serve a nessuno, né al Teatro, né alla città, né a chi vuole consumare vendette politiche. Non serve neanche che il sindaco Enzo Bianco si irrigidisca su posizioni che potrebbero non essere supportate da riscontri legali. Abbiamo difeso dalla prima ora, anzi ancor prima, la dignità professionale di Giovanni Anfuso, che proprio su questo giornale, oltre un anno fa,  accese i riflettori sulla silente crisi dello Stabile, ma se fosse accertata la necessità di un bando pubblico il sindaco dovrebbe adeguarsi  a pubblicarlo. Sul piano della trasparenza non ci sono deroghe, anche se confermiamo la nostra opinione: un direttore artistico non è un burocrate che si valuta secondo i titoli di studio e i master. Una considerazione finale: chi auspica che la politica esca dal teatro lo fa con piogge di comunicati ed è un politico di carriera, spettatore non disinteressato, come il deputato regionale Nicola D’Agostino. Non certo l’unico interessato, sia chiaro.

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