Pina Mazzaglia
CATANIA – Da qualche settimana, i catanesi pare siano orgogliosi di una “straordinaria opera corale d’arte contemporanea”. A rilasciare questa dichiarazione, nel giorno dell’inaugurazione, è il primo cittadino, dopo aver dato, nel porto di Catania, l’ultimo colpo di colore alle opere di “Street Art Silos”.

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La street art è un modo nuovo di comunicare, di veicolare messaggi sociali, riguarda per la maggior parte giovani artisti di età compresa dai 20 ai 30 anni ed è diventata un fenomeno culturale negli ultimi decenni. Sticker, graffiti, bombolette spray, normografi, tanti i “muri” presi di mira, che ci parlano di necessità espressive, che ci svelano risvolti inaspettati, che cercano di sottolineare tramite linguaggi insoliti il “qui ed ora” l’hic et nunc contemporaneo, di riattivare dialoghi ormai insperati o di dare laconici addii. L’artista in questo caso rivendica le strade e le piazze, la città diventa “luogo” dove esporre, dove, “dare” visibilità al proprio personale messaggio. Questi i caratteri essenziali del fenomeno, che ha guadagnato, tramite le sue influenze sulle arti visive, una rilevanza unica sul panorama della creatività contemporanea. Dopo decenni di lotte, dove, spesso queste forme espressive venivano intese come illegali, c’è stata la volontà di affidare a tale fenomeno, la possibilità di riattivare, in una forma benché contenuta, il dialogo con l’arte contemporanea scomparso ormai nel nulla da più di 40 anni, dialogo, che il sistema stesso dell’arte contemporanea ha cercato di far credere fosse una cosa solo per addetti ai lavori. Ecco che appare, per l’appunto, il muro… che diventa tela, che diventa veicolo di pensiero, di azione, che diventa in casi rari: arte urbana contemporanea.

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Ma come leggere quelle opere che si rendono visibili in uno “spazio” non assoggettato alle regole che esse stesse stabiliscono? Un tempo lo spazio dell’arte riusciva a trovare la propria condizione, si costruiva la sua evidente libertà sciogliendosi da qualsivoglia principio teleologico. Oggi si sta dietro ai profitti, ai progressi facili, si guarda con occhio cinico al mondo e alle sue vicende, al frastuono globalizzato di intere collettività in declino, di masse ridotte al lastrico da capitalisti senza coscienza. Che ruolo ha oggi il fare arte? Pronunciarsi sulla questione dell’eventuale senso? O del senso che può avere ancora l’esprimersi artisticamente? Il termine “artistico” ha invaso la nostra quotidianità con una facilità estrema; incide e indica percorsi impossibili all’ignaro spettatore che, ancora bramoso, rivolge la sua attenzione al vedere, alla possibilità dell’autentico theorein, sempre condizionato dalle nuove direttive dell’era tecnologica, molte volte lasciata ai social: nuove macelleria di altrettanti nuovi divoratori senza discernimento. La street art dei Silos del Porto di Catania si manifesta nel suo contesto, circostanziata da un “decoro urbano”, se così possiamo dire assai insufficiente, o del tutto assente, dove il fruitore, in questo caso, si aspetterebbe di essere influenzato dal fascino misterioso di un nuovo linguaggio “artistico”, apparso, miracolosamente sui vecchi silos del porto, ormai arrugginiti e fatiscenti. Ma così non è: ad instaurarsi è un gioco di sguardi strabici, non biunivoci e coordinati… L’artista col suo lavoro richiama i miti e le leggende dell’isola più grande del Mediterraneo con l’obiettivo di reinterpretarne in maniera creativa e anticonvenzionale, l’identità della Sicilia e la sua storia millenaria (NdR), ma la quantità di fraintendimenti è alta, come alta e inevitabile è la possibilità che tale messaggio mitologico, affidato ad acrilici su metallo, venga del tutto ignorato. L’attenzione e la cura per gli spazi pubblici è un richiamo importante della dimensione umana, economica, civile e culturale; sono valori che contribuiscono a far crescere il senso di appartenenza di un luogo che non ha una risposta univoca, ma corale, perché al di sopra di ogni cosa sta la civiltà di chi vi vive e che non può prescindere dal sostegno delle autorità competenti. Al di sopra di tutto sta la città coi suoi valori sociali, storici e collettivi, sta la gente coi suoi bisogni: necessità primarie che stanno diventando sempre più esigenze, urgenze. La street art intesa nella sua genesi originaria, parte da un grido unanime, da un bisogno mentale di rompere e di uscire da schemi affidati a pochi, alle lobby, ai validi solo per possibilità economiche.

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La street art dei Silos è una semplice presenza , che in se stessa non persuade intorno ad alcun che, è una presenza oggettuale e materica che per quanto possa muovere esegesi o esercizi esplicativi di maggiore o minore forza persuasiva, rimarrà sempre muta, muta come sfinge che né assente né dissente del nostro incontenibile chiedere, dei nostri continui perché, della nostra tensione dinamica conoscitiva, che ci costringe piuttosto a lasciarla essere, a un passare oltre… senza fare a meno di interrogarci sulla loro specificità semantica e testimoniale. E se l’obiettivo della street art è di accendere fari di bellezza nelle città, come sostiene la teoria più comune, è anche vero che lo stato di abbandono di certe zone della città e la sicurezza della sua percezione in ambito urbano sia stata sottovalutata nella prassi della cultura urbanistica locale, mettendo a rischio un fare arte che è destinato alla quiete, allo stare, alla museificazione. Lo mostrano con tutta chiarezza alcuni paradossi: di fronte a una dichiarata pretesa di contaminazione con le altre realtà urbane, dove questo fenomeno è in piena evoluzione, alla volontà di confrontarsi con il reale quotidiano, al non volersi più mantenere all’interno di una asetticità immunologicamente garantita, sta la contraddittorietà di un messaggio deperibile che legittima il restauro del contemporaneo, ossia tende ad eternizzare i prodotti della tangibilità contingente e caduca.

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