C’era un tale che andava al cinema per mangiare i popcorn comodamente in poltrona e al buio. Non sarebbe riuscito a distinguere Isa Barzizza da Silvana Mangano: le attrici per lui erano tutte uguali. Se poi qualcuno gli avesse parlato di New Hollywood – non dico Bollywood – avrebbe replicato con una scrollatina di spalle continuando a sgranocchiare il suo mais bianco e oleoso.

Non sono mai riuscito a ottenere un parere che sia uno su un film di cassetta. Dalla sua c’era che non si atteggiava a critico né si spacciava per intenditore smemorato. Il cinema non gli interessava punto e basta, i popcorn invece sì: cacciati dal barista in quel bicchiere enorme prima dell’inizio dello spettacolo.

Ogni volta che attraverso piazza Federico di Svevia quel tizio – di cui taccio il nome – mi ritorna in mente come un compagnetto di classe delle elementari. Di lì non ci passo – o ci passavo – per occhieggiare quel contenitore d’ogni merce, quella montagna di pietre, mattoni e simboli per turisti o curiosi in cerca di risposte a vaghe domande. Cioè per il Castello Ursino. No, io galoppavo da quelle parti per una splendida fontanella capace di dissetarmi ad ogni ora del giorno, e non dico della notte perché di notte in piazza Federico di Svevia non ci sono mai andato.

C’era una volta la fontanella con lo “sghiccio” del Castello Ursino, quella sulla destra guardando l’ingresso del maniero, e adesso non c’è più. Tagliata, segata, recisa. Per oscuri motivi che in una città ove è bene non farsi troppe domande perché nessuno ti darà risposte, sono gli unici che valgono. Catania somiglia sempre più a una canzone di Franco Battiato l’arcicatanese che vorrebbe raccontarci chissà cosa, lui che è l’incomprensibile interprete di incomprensibili testi: in altro modo supercazzole. Ecco, Battiato avrebbe spiegato il fenomeno con roba di tipo quantistico: magari la fontanella si trova a Calcutta adesso, per astruse – a noi profani – ragioni metafisiche.

Da un mese la delizia dell’anima mia – e non solo – non è più lì. Al suo posto una tristissima buca in verità neanche troppo profonda a pianta quadrata. Neppure l’immagine commovente di un danno importante, neppure il piacere di una demolizione come dio comanda. Quanti, passando e ripassando, si chiederanno: «Ma qui cosa c’era?». Se avessi le voglie che ha un artista proverei a dedicare proprio lì in piazza – sperando di non essere divorato dai pitbull – un concertino in memoria della pietra estinta con musiche di Respighi. Magari chiamerei uno di quei poeti che si esprimono in lingua siciliana per recitare due-tre poesiole, uno di quelli che a voi fa capire di essere l’ultimo chiodo del carro ma che in verità si sente più bravo di Majakovskij. O magari organizzerei un sit-in davanti non so quale istituzione o ente con bandiere colorate e slogan del tipo: «Date da bere ai nostri figli!», «L’acqua è nostra e la gestiamo noi!» eccetera. Poi girerei un corto come quelli che i registi di casa nostra girano in via delle Finanze che adesso è tanto di moda e lo manderei non a Venezia ma a Cannes presentato da sua eccellenza Nanni Moretti che è quasi un re Mida. So come raggiungerlo, forse.

Insomma mi organizzerei ben bene. In piazza non ci sono americani da maledire né scafisti né razzisti né mafiosi (“credo”) né avversari di partito contro cui lottare, dunque dubito che la politica se ne possa occupare. Non so i giornali – quelli di carta – impegnati a glorificare Sicilia e siciliani manco fossero fascismo e Mussolini ai “bei tempi”. Vedrete che prima o poi s’accorgeranno che i siciliani c’entrano pure col parrucchino di Antonio Conte o s’inventeranno che la nonna di Federica Pellegrini comprava i biscotti da una tizia originaria della provincia di Caltanissetta, tanto per soddisfare la clientela.

L’altro ieri però m’è venuto in mente il finale di “Qualcuno volò sul nido del cuculo”. Quando il capo indiano trova la libertà dopo aver soffocato l’amico oramai lobotomizzato. E se qualcuno avesse utilizzato quella fontanella per nobili scopi? Che ne so, per distruggere gli ostacoli alla propria libertà fisica? E contro alcuni misteriosi oppressori? Immaginate allora che figata. Ad occhi aperti, sogno una lapide che ne ricordi il gesto con una bella statua al posto della fontanella. Come quella del cane Hachiko – che attese nove anni il padrone – o come la statua di Euno, a Enna, con lo schiavo che spezza le catene. Occorrerà un po’ di fede: la fontana dei Malavoglia, in piazza Verga a Catania, verrà inaugurata diciannove anni dopo l’iniziativa del comune. E la fede noi isolani la vendiamo al supermercato.

In una o due opere dedicate a Catania si legge che l’acqua è simbolo della città. E si legge anche che il mago Eliodoro passeggiava tra le nuvole a dorso di un elefante nero, in pietra. Non so a quale balla credete voi, io a nessuna delle due.

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