CATANIA − Scritta da Aldo De Benedetti nel 1936 per Vittorio De Sica e Giuditta Rissone, in piena propaganda culturale del regime fascista, la commedia “Due dozzine di rose scarlatte” rievoca un clima di eleganza e gusto italico ormai perduto. Un romanticismo d’altri tempi sintetizzato dallo stesso De Sica che canta “Parlami d’amore Mariù”. Era l’Italia dei telefoni bianchi, di attori del calibro di Tina Lattanzi, Luisa Ferida, Alida Valli, Osvaldo Valenti, dove un puro sentimentalismo esprimeva la priorità dei valori familiari. Eppure quella commedia mantiene una fresca vitalità contemporanea, un’ironia e tempi teatrali attualissimi, soprattutto se chi la mette in scena rispetta l’essenza del testo. L’equilibrio di una borghese coppia capitolina, tra noia e banale quotidianità, viene reso precario da due dozzine di rose scarlatte, preannuncio di un probabile amante per la moglie, e sotterfugio d’indagine psicologica del marito. Le rose sono l’ignoto, segnale di novità per la noiosa vita matrimoniale, ma anche strumento di scosse sentimentali. Il Tenente Drogo de “Il deserto dei tartari” di Buzzati attendeva un nemico che non arriverà mai, ma con l’adrenalina in corpo che non gli fa avvertire lo scorrere del tempo. Il protagonista della commedia di De Benedetti esorcizza la figura di un fantasma amante-rivale che gli farà riconquistare l’amore della moglie. Giacomo Famoso è bravo, riesce nell’intento di rispettare e restituire il lavoro sulla scena in maniera dignitosa, senza sbavature inutili, anche nel ruolo di attore protagonista. Ad affiancarlo validi compagni di mestiere, Agata Montagnino, perfetta nel ruolo della moglie bisbetica, l’istrionico e agile Salvatore Sottile è l’Avvocato, e Simona Failla la cameriera. Sinceri consensi da parte del pubblico che affollava il Teatro Piscator di Catania. Lo spettacolo è stato prodotto dall’associazione culturale diretta da Salvo Fazio.

 
Domenico Trischitta

Foto spettacolo

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