CATANIA – La guerra dei teatri, quattrocento anni dopo. Il Seicento è appena iniziato ed è Shakespeare a far emergere, tra le righe e le rovine di Elsinore, l’esistenza a Londra di una “war of the Theatres”, una Poetomachia coeva tra i teatri pubblici ed i teatri privati delle emergenti compagnie di ragazzi: quest’ultimi non staranno molto a sparire, messi al bando da una violenta censura. Dalla storia alla cronaca, per l’Italia è il 2011 la data simbolo di una nuovo conflitto tra strutture teatrali, non più distinte dall’antica dicotomia tra pubblico e privato, ma dalla nuova, altrettanto rigida, tra legale e illegale, istituzionale e occupato. Dopo “la presa” di giugno del Teatro Valle a Roma, dicembre è stato il mese di Catania e del Teatro Coppola, che all’alba di giorno 16 è stato pacificamente invaso da un numeroso gruppo di cittadini volontari, in gran parte composto da operatori e operatrici della cultura e dell’arte. Perché quella data, e tutto ciò che ne è seguito fino ad oggi, è così importante? Dobbiamo affidarci ancora una volta alla storia, e agli atti, per scoprire, ma molti lo sapranno già, che il Coppola, sito in zona “Civita”, è stato il primo teatro comunale di Catania; la sua costruzione fu invocata con decisione da una petizione popolare nel 1818, a seguito dell’improvvisa interruzione dei lavori del Teatro Novaluce (l’attuale Teatro Massimo “Vincenzo Bellini”). Il “Teatro Comunale provvisorio”, questo il didascalico nome originario, mantiene un ruolo di primo piano per oltre sessant’anni, fino al 1887, quando viene momentaneamente chiuso proprio in vista dell’apertura del Bellini. Da quella data, il teatro, che nel 1908 viene intitolato al musicista catanese Pietro Antonio Coppola, è impiegato viepiù per la rappresentazione di opere di prosa, ma sempre più a singhiozzi, fino a quando, l’8 luglio del ’43, rimane distrutto sotto i bombardamenti americani. Da allora, si è discusso a più riprese di pianificare la ricostruzione del vecchio teatro, per riportarlo ai suoi antichi fasti, quando riusciva a contenere oltre settecento spettatori. Ma da un decennio all’altro, da un’amministrazione all’altra, non si è mossa una pietra. Fino alla fatidica alba del 16 dicembre 2011: “siamo lavoratrici e lavoratori siciliani della cultura e dello spettacolo: artisti, maestranze, operatori. Una forza sociale a lungo disgregata e invisibile. Siamo da sempre costretti alla fuga, a rincorrere nell’emigrazione o nell’accomodamento il senso di un percorso di studi, preparazione e passione; le prime vittime di una politica che non riconosce il lavoro culturale come risorsa economica e civile e continua a privare la nostra terra dei suoi innumerevoli talenti. Oggi vogliamo essere una forza unitaria, determinata a tramutare le nostre professionalità in bene materiale da mettere a disposizione della comunità. Rivendichiamo pertanto il diritto, e ci assumiamo il dovere, di riappropriarci e prenderci cura di un bene comune abbandonato per restituirlo alla storia della città”. Sono passati quasi quattro anni da quando questa “gioiosa macchina da guerra” s’è mossa, tra polemiche per le insolvenze tributarie con l’estabilishment culturale nazionale, ispezioni della polizia giudiziaria, ma anche tra un seguito crescente di pubblico, simpatizzanti o semplicemente curiosi, che danno forza al progetto di “un patrimonio comune dell’incontro e dello scambio attraverso un modello condiviso di gestione diretta, paritaria e dal basso”.  La guerra dei teatri continua.

Marco Tomaselli

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