di Mariagrazia Miceli

CATANIA. All’interno dell’ex convento del Carmine si trova uno dei monumenti sepolcrali più grandi e strutturalmente meglio conservati della Catania romana di età imperiale che in passato è stato erroneamente identificato come la tomba del poeta greco Stesicoro (VI sec. a.C.). Nonostante sia stato associato da eruditi seicenteschi alle figure di Sant’Agata e di San Leone II il Taumaturgo, capo della comunità cristiana della città nell’VIII secolo d.C., di questo monumento così estremamente importante per gli studi di topografia si è perso il ricordo.

“Stiamo parlando di quella che oggi chiameremmo ‘cappella di famiglia’, ma che per allora non era una cosa molto comune” afferma il topografo Corrado Rubino, docente dell’Accademia di Belle Arti. “Costruire in provincia edifici funerari così grandi – occupa quasi 100 metri quadri – e così ben visibili era appannaggio soltanto delle persone facoltose o dell’aristocrazia romana. Anche il luogo su cui lo si trova è particolare: era sito lungo la via Pompeia, antica strada consolare che univa Siracusa a Messina. Lungo le strade consolari extraurbane, infatti, venivano realizzati i sepolcri più importanti delle famiglie aristocratiche; ne abbiamo tantissimi esempi a Roma, come in altre città, ed anche a Catania ce n’erano diversi lungo altre vie extraurbane”. La strada usciva da Porta di Aci e si inerpicava attraverso le colline, dirigendosi verso Aci, Taormina e Messina. Nel II-III sec., periodo in cui si può datare questa tomba imperiale, la strada del lungomare infatti non esisteva ancora, perché la zona in cui fu costruito l’attuale quartiere di Picanello era ai tempi solo un grande golfo, colmato da una colata lavica verso la fine del 1300.

“Le dimensioni così imponenti potrebbero far pensare ad un successivo riutilizzo: in un periodo, V-VI sec., in cui la maggior parte delle case fuori le mura erano di legno, avere una costruzione come questa con muri spessi 1,50 metri e un’area interna di circa 53 metri quadrati poteva far gola a tante persone. Nulla di strano, dunque, che edifici come questi siano stati trasformati in abitazioni o altro”.

Il monumento, costruito sul bordo di una colata lavica preistorica alta circa 6 metri rispetto all’antico fondo stradale, era dunque ben visibile a chi passava lungo la via consolare, ma scomparve alla vista della cittadinanza quando i frati Carmelitani iniziarono la costruzione della chiesa e del loro primo convento dopo la metà del 13° secolo. I Carmelitani erano eremiti giunti a Catania nel 1245 circa dal Monte Carmelo in Palestina; diversamente dai Benedettini non erano nati da una Regola, che fu loro imposta solo successivamente rendendoli un ordine mendicante. A quei tempi la permanenza in Europa per gli ordini mendicanti era legittimata da una bolla papale, ottenuta la quale fondarono il primo convento in Sicilia, a Messina, per poi costruirne altri: le stesse fonti carmelitane affermano che quello di Catania fosse il loro terzo convento. Si insediarono dunque fuori dalla città in quella che probabilmente era un’area depressa (in quanto necropoli) ma devozionale, come testimonia la notizia della presenza della chiesetta di Santa Lucia che venne a loro assegnata.1911285_10200145043624253_5647068285052309622_o

“Il De Grossis, in una descrizione del complesso religioso del Carmine, afferma che entrando in chiesa si accedeva sulla destra al chiostro del convento e si incontravano i ruderi di un edificio antico anche non volendo, gli stessi in cui è stata sepolta Sant’Agata, che successivamente Leone II il Taumaturgo prese ad abitazione e nel quale chiese di essere sepolto” continua Rubino.

A metà del 1400, il convento e una nuova chiesa furono realizzati un po’ più a nord della precedente, come si evince dalla documentazione preterremoto dell’ingegnere militare Francesco Negro. Le risorse economiche furo recuperate da un lascito. L’Ammiraglio Ruiz aveva donato precedentemente alla chiesa 15 mila fiorini (cifra enorme per quei tempi con cui sarebbe stato possibile comprare 4 palazzi in città e tenute fuori città), affinché fosse realizzato il suo sepolcro all’interno della chiesa del Carmine in alabastro e altri marmi pregiatissimi. Viene sottolineato, pertanto, il prestigio di cui godeva già a quell’epoca la chiesa del Carmine, dovuto alla tradizione che la individuava come luogo di sepoltura di Sant’Agata e di pellegrinaggio di Santa Lucia, intrapreso per invocare la salute della madre.

Nel 1866 l’ex convento carmelitano diventò in gran parte proprietà del Demanio. Oggi ospita la caserma “Antonio Santangelo Fulci” sede del Centro Documentale dell’Esercito ed ex Distretto Militare.

Grazie ad un progetto di recupero redatto dall’architetto Enrico La Rosa sulla base degli studi effettuati dallo stesso Corrado Rubino, curatore della parte scientifico-storico-archeologica, entrambi docenti dell’Accademia di Belle Arti di Catania, è stato iniziato un lavoro di recupero e valorizzazione di una parte esterna del monumento che ne ha portato alla luce un’altra parete oltre a quelle già visibili di questa quasi sconosciuta testimonianza della città della fine del II secolo. “Fino al 1991 si pensava che del grande monumento di epoca romana fosse rimasto solo il tratto visibile dal chiostro dell’ex convento carmelitano, ma questa indagine dimostra che esistono ancora tre pareti complete e metà della volta. Si tratta di un bene culturale che finora è stato di difficile fruizione da parte degli studiosi e dei cultori in genere”.

Scrivi