Il 19 dicembre presso la Scuola d’arte drammatica “Umberto Spadaro” si è svolta conferenza stampa dei vertici del Teatro Stabile di Catania. I temi principali erano la riforma Franceschini e la scelta “epocale” al quale il teatro è stato chiamato.

Alla luce della riforma del settore teatrale, attuata col decreto firmato lo scorso 1° luglio dal ministro Dario Franceschini, il Teatro Stabile di Catania è chiamato a una decisione di enorme rilievo. Il decreto del Ministro dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo, entrato in vigore il 19 agosto prospetta una rivoluzione peraltro già avviata dal Ministro Massimo Bray. Il nuovo assetto cancella i teatri stabili e introduce la distinzione tra “Teatri nazionali” e “Teatri di rilevante interesse culturale” (detti Tric). La qualifica di “nazionale” spetterà alle eccellenze vere e proprie, ed è ambita sia per l’intrinseco prestigio, sia per la maggiore stabilità e disponibilità finanziaria: attraverso il Fus, il Ministero assegnerà più fondi ai “teatri nazionali” che ai Tric.

 

Presidente e direttore dello Stabile, Nino Milazzo e Giuseppe Dipasquale, hanno comunicato i dati in base ai quali l’attività dello Stabile di Catania soddisfa pienamente i parametri richiesti dal decreto (“Nuovi criteri per l’erogazione e modalità per la liquidazione e l’anticipazione di contributi allo spettacolo dal vivo, a valere sul Fondo unico per lo spettacolo, di cui alla legge 30 aprile 1985, n. 163”). Per dare voce all’impegno del CdA sono anche intervenuti i membri Celestina Costanzo (in rappresentanza della Provincia Regionale) ed Eliana Patanè (in rappresentanza della Regione), da parte sua la giornalista Caterina Andò, responsabile dell’ufficio stampa, ha delineato un quadro della forte immagine che lo Stabile etneo possiede sui media nazionali.

In conferenza stampa si è fatta anche chiarezza sulla salute economico-finanziaria del Teatro Stabile. «Scopo di quest’incontro – ha detto il presidente Milazzo – è innanzi tutto quello di fare il punto della situazione dello Stabile in una fase cruciale di cambiamento del sistema dei teatri pubblici italiani, ma anche quello di offrire alcuni chiarimenti sulla vita e le dinamiche di un ente che, nonostante le difficoltà derivanti dalla crisi economica che travaglia il nostro Paese e non solo, continua a onorare, orgogliosamente ed efficacemente, la grande tradizione teatrale catanese».

«Lo Stabile ha le carte in regola per lo status di Teatro nazionale. L’unica incognita è legata all’entità e puntualità dell’approvvigionamento finanziario. Il CdA ha già approvato l’adeguamento dello statuto in vista sia dell’una che dell’altra ipotesi. A decidere sarà l’Assemblea dei Soci, che essendo il massimo organo dirigente del Teatro ha la responsabilità di indicare il percorso da seguire. L’Assemblea è già stata convocata per il 27 dicembre, giacché entro il 31 gennaio dovremo inoltrare al ministero dei Beni culturali la documentazione prescritta».

Altro tema in agenda: le difficoltà economiche che lo Stabile attraversa. «È evidente – ha proseguito Milazzo – che il nostro teatro ha problemi di carattere finanziario. Non è il solo: tutt’altro. La crisi è diffusa e pressante in tutto il settore. Lo Stabile ha una notevole situazione debitoria ed è costretto a ritardare il conferimento delle retribuzioni. Ma non ha licenziato né licenzia nessuno. Si va avanti grazie ai sacrifici, al senso di responsabilità, allo spirito di appartenenza di tutti i dipendenti. Non è semplice, ma CdA e direzione fanno di tutto per far fronte agli impegni.

L’imperativo è uscire dal tunnel. Ha spiegato ancora il presidente Milazzo: «C’è in atto uno sforzo, intenso e costante, per venire fuori dal precipizio in cui l’ente è stato scaraventato dall’improvvida decisione, presa a suo tempo dalla Regione, di tagliare drasticamente il contributo, riducendolo di oltre il 40%. E tutto questo in corso d’opera, quando i programmi erano stati impostati e i contratti stipulati. Era il 2012, l’annus horribilis del nostro teatro. Altri tagli di minore portata sono stati operati in seguito, a causa della stretta che i bilanci pubblici hanno dovuto sopportare a causa della recessione. Per venirne fuori, abbiamo avviato una procedura per attivare uno strumento dell’Irfis che ci consentirà di soddisfare le legittime aspettative dei creditori, unificando e dilazionando la copertura del debito. Intanto la parola d’ordine è spending review. Mi corre anzi l’obbligo di comunicare un atto di sensibilità compiuto dalla Provincia di Catania, che, per iniziativa del suo commissario prefetto Romano, ha messo a disposizione dello Stabile in comodato d’uso un’area del complesso delle Ciminiere, nella quale trasferiremo presto i nostri uffici, il che ci solleverà dall’onere dell’affitto dei locali».

 

Sulla stessa linea il direttore Dipasquale. «Si opera, ormai da un lustro, una continua ed incessante riduzione di risorse, fino allo sfiancamento, fino all’annichilimento. In questo orizzonte va letta la situazione economico finanziaria degli ultimi anni per il nostro Stabile».

Il punto critico più basso è nel 2012, «quando la Regione Siciliana, con un’azione politica forsennata e mirata, taglia a giugno, a stagione trascorsa 1.260.000 euro. Una seria gestione deve confrontarsi con tutto questo e tenere la barra dritta facendo in modo che i due principali parametri ministeriali per il riconoscimento di status di Teatro Stabile di Interesse Pubblico, ovvero qualità e quantità, siano rispettati. E questo abbiamo fatto».

La conseguenza è stata una corrispettiva riduzione dei costi del Bilancio. «Nel 2008 – ha ricostruito Dipasquale – erano pari a 9.959.882,68 euro, nel 2013 erano scesi a 5.158.611,09 euro, ovvero il 48,21% in meno. Questa strategia ha prodotto pure dei consistenti utili, ma con i medesimi si deve affrontare la gestione straordinaria, determinata dai debiti imposti dagli scellerati tagli e dagli oneri finanziari imposti dalle banche per le necessarie anticipazioni. Elementi basilari della virtuosa spending review: il taglio delle consulenze e di spese strutturali come la gestione della sala “Ambasciatori”, ottimizzazione e riduzione dei consumi intermedi, ricerca di soluzioni solidali e non onerose, quali la concessione dei locali per la scuola da parte del Comune e dei locali per gli uffici da parte della Provincia, che non finiremo di ringraziare».

Il danno più grave è naturalmente la drastica riduzione della produzione: «Meno costi – ha spiegato ancora  Dipasquale – vuol dire meno spettacoli, meno recite, meno pubblicità, imprescindibile strumento per attirare pubblico, meno lavoro per tutti. Malgrado ciò, una strategia che puntava al rigoroso impegno che uno Stabile deve mantenere nei confronti di un teatro d’arte, non necessariamente commerciale, ci ha premiati. Il numero degli abbonati, stante la crisi generale e un calo a livello nazionale del 15% (dati Istat), è diminuito dagli 8.000 iniziali a 6.200. Ma in questa gestione abbiamo toccato punte di 11.000 e 9.000 nel 2010 e nel 2009. Ed è altrettanto vero che lo sbigliettamento è aumentato del 20%, determinando una nuova forma di consumo culturale».

La sfida è quella che la nuova riforma impone adesso: «Il D.M. Franceschini – ha infine commentato Dipasquale – dal 2015 determinerà una non ancora del tutto prevedibile rivoluzione dell’assetto del teatro pubblico e privato. Lo Stabile etneo, per la sua storia e attività, ha i numeri per concorrere a diventare Teatro nazionale. Risponde a tutti i parametri, tra i quali quello che richiede un’attività consolidata in oltre cinquant’anni anni di storia, quello relativo al minimo di giornate recitative di produzione e giornate lavorative, quello che richiede un adeguato finanziamento degli enti locali. Ma non si può pensare di intraprendere una strada impegnativa e entusiasmante come Teatro nazionale e dovere ogni anno lottare con la riduzione dei contributi per fare fede agli impegni presi».

Intanto, come emerge anche dall’attenzione della stampa, le produzioni dello Stabile in tournée hanno riscosso e riscuotono straordinari consensi, con un numero di presenze degne della storia del teatro.

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