La nave affonda, inesorabilmente. Il capitano bramava fama e successo, si sporgeva troppo in là squarciando la sua creatura migliore, la sua imbarcazione con le vele spiegate e i motori a regime data in pasto agli abissi. Anche il Catania affonda, sempre più giù perché in fondo è proprio vero che al peggio non c’è mai fine. E così, dopo la drammatica sconfitta subita proprio alle pendici dell’Etna, in quello che una volta era un fortino inespugnabile, un campo che faceva tremare le grandissime squadre del calcio italiano per mano di una Casertana in crisi di identità e risultati la realtà rossazzurra viene ulteriormente ridimensionata. Si tirano le prime somme al termine del match, del resto febbraio è finito e come il lungimirante timoniere, Pippo Pancaro, aveva detto mesi fa, ora è tempo di valutare e di capire di che pasta è fatto il Catania, dove questa squadra può arrivare, quest’anno. Impietoso il verdetto, soprattutto se si fa riferimento al rendimento degli ultimi mesi nel segno dell’anonimato, forse anche peggio dell’essere scarsi. Chiunque se ne sarebbe fatto una ragione. Invece no. Perché nella città dell’Elefante tutto è sempre un po’ più complicato del normale. La partenza sprint che illudeva tutti era lì, pronta a confondere e giocare un tiro beffardo tanto alla società quanto alla piazza. Ma la dirigenza chiamava tutti alla calma, vietato esaltarsi perché “l’obiettivo rimane la salvezza, poi si vedrà”. E si è visto, purtroppo.

Fa male, la sconfitta contro i rossoblu campani. Tanto male. Perché è arrivata la conferma del fatto che non si gioca più a calcio. Si spinge il pallone, alla garibaldina (neanche troppo) ricerca del pertugio giusto, anche in undici contro dieci, anche contro una formazione priva di tantissimi elementi tra squalificati e infortunati. Nessuna strategia, non c’è costrutto e forse, ma questo è un azzardo, manca anche un po’ di carattere in campo. Svogliati, impauriti e nervosi ci si trascina avanti sperando che le cose vadano meglio. La squadra segue ancora il suo allenatore? Quest’ultimo riesce a lavorare serenamente in settimana proponendo soluzioni utili per il raggiungimento dell’obiettivo? Sarà così fino alla fine? Oggi più che mai, nel calcio vige questa regola, a salire sul banco degli imputati è in primis proprio il tecnico dei rossazzurri, bersaglio delle critiche per un gioco che latita e per delle dichiarazioni spesso troppo, definiamole “buoniste”, nei confronti dei suoi ragazzi e in difesa del proprio operato. Non è esente da colpe neanche la dirigenza, elogiata invece in estate in fase di ricostruzione dell’organico. Non si può più sbagliare, un po’ come non si poteva sbagliare neanche nelle scorse partite… Le gare diminuiscono, i punti si fanno sempre più pesanti…

La scossa che ci si aspettava giornate e giornate fa, nel segno della continuità, ancora non è arrivata. La tifoseria ha perso la pazienza, ma l’ha persa nella maniera più pericolosa per una realtà calcistica come quella catanese. Svuotando lo stadio. Presenze ai minimi storici. Delusione, scoramento. Il legame tra tifosi e squadra si è sciolto come neve al sole e tocca ad una sola parte rinvigorirlo. Ammesso che questo sia ipotizzabile fin quando il comandante coraggioso, il buon Nino, sarà il proprietario della baracca.

Già perché in fondo il problema è sempre quello: come si fa a guardare lontano, ad immaginare un progetto e a credere ad un futuro quando il proprietario dell’azienda ha un solo obiettivo. Vendere. Appare chiara l’assenza dei presupposti per un proseguo felice e prospero, e questo non vuole essere un giudizio fatale, quello arriverà al termine della stagione, nei confronti di chi quest’anno ha deciso di metterci la faccia per tentare di salvare il salvabile, missione quasi impossibile, ma soltanto la constatazione di un dato di fatto. Salvare la Lega Pro, per quanto possa essere tragico ammetterlo, sarà un compito arduo da svolgere ed è vitale che venga portato a termine. Dieci finali separano i rossazzurri dal termine della stagione, tanti gli scontri diretti da giocare.

I catanesi vincono ancora, perché nonostante tutto, con l’acqua alla gola, rimangono attaccati ai loro vessilli. Chiunque abbandonerebbe la nave in questa situazione, compreso il proprio capitano, nel momento in cui tutto è buio e non c’è più fiducia.

 

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