Pina Mazzaglia

Mario-Cresci-...quel-paesaggio-dantico-sconquasso...1CATANIA – Le sale della Cucina e Anticucina dell’ex-Monastero dei Benedettini, sede del Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università degli Studi di Catania, dedicano un imperdibile focus espositivo a uno dei padri della fotografia contemporanea. È Mario Cresci, al quale ultimamente è stato assegnato il Premio Mediterraneum 2015 per la Fotografia d’Autore, in mostra tra le sale dell’istituzione etnea con alcuni scatti fotografici realizzati in occasione della settima edizione internazionale del Med Photo Fest 2015. “… Quel paesaggio d’antico sconquasso…” lo spunto dell’artista per la mostra catanese. Discutiamo con l’autore in occasione dell’inaugurazione dell’evento, in corso fino al 29 novembre, e insieme per ragionare sui concept e metodi alla base del suo lavoro.

Professore Cresci, la sue fotografie semplificano la natura riducendola a pochi principi. Quali sono gli elementi che lei ama estrarre dal paesaggio?

Il tema del paesaggio fa parte della mia ricerca artistica. Per quanto riguarda il concetto di semplificazione, questo deriva dalla formazione acquisita negli anni ’60 al corso di design presso la scuola di Alta Formazione di Venezia. Quelle stesse discipline applicate agli oggetti mi son servite nella fotografia. Nella visione fotografica ho adottato e adotto anche ora, quasi sempre, una sorta di amore per la geometria, per la sintesi, per la semplificazione, soprattutto estetica: in fotografia applico un linguaggio che analogicamente può essere vicino a quello giornalistico: cerco di dare un messaggio chiaro che sia “visibile” a tutti.

Il tema del viaggio nelle sua ricerca è atto fondamentale, Lei ha fatto del viaggio una sua filosofia. Cosa si cela dietro questo modo di scoprire la natura?

Il mio intento del “viaggiare” non è mirato alla scoperta di luoghi fotografici, ma ad altri motivi. Per me il viaggio è dentro le cose. Una visione che ho del viaggio, se vogliamo anche filosofica è il rapporto col mezzogiorno d’Italia. Da anni frequento luoghi come la Basilicata, la Calabria, la Sicilia. È un viaggio, in questo caso, riferito a tragitti e alla scoperta di ciò che si cela nelle semplici cose, nelle cose che stanno sotto gli occhi di tutti, come quanto a Ragusa Ibla ho scoperto, per caso, nella chiesa di San Rocco, un pavimento realizzato con la caratteristica pietra bianca. Sono andato a visitare le cave e dalla semplice osservazione è nata la curiosità, la ricerca…

La Fotografia è fatta di situazioni, di momenti ed esperienze. C’è un’immagine a cui è particolarmente legato? Una foto che ha segnato una svolta?

No! Non c’è nessuna foto, ma tante foto. C’è il primo periodo a Venezia, e poi alla fine degli anni sessanta in Basilicata il periodo dei “Ritratti reali”. Ma ancora prima cercavo e sperimentavo il linguaggio fotografico a Venezia: non provenendo da circoli fotografici, applicavo le mie regole derivate dalla scuola di design…: ecco quello è il periodo che mi ha formato…

L’urbanizzazione ha stravolto il territorio. Questo ci ha lascia un po’ avviliti e sorpresi. E’ possibile che in così pochi anni l’attività umana sia stata in grado di deteriorare a tal punto il paesaggio? Mi piacerebbe qualche suo esempio.

Su questo tema è danni che lotto: amo la natura, ho un rapporto molto felice con essa, mi sento e sono profondamente naturalista. Alcuni anni fa, negli anni ’80, ho realizzato due volumi sulla Sicilia per il Touring, dal titolo “La Sicilia Orientale e La Sicilia Occidentale”. Dopo trent’anni tornando sui luoghi, ho trovato un’altra regione, ovviamente sempre affascinate, ma completamente diversa da quella che avevo io avevo visto e fermato coi miei scatti fotografici. Ne sono rimasto addolorato. Ciò che mi fa impressione è che non possiamo farci nulla. Possiamo solo restare ad osservare e soffrire silenziosamente. Qui ci sono altre forze che entrano in gioco… Però possiamo certamente sottolineare lo stato di degrado e di abbandono in cui riversano molte zone. Molti miei colleghi lavorano in questo senso. Io cerco di inserirmi in questo contesto senza scadere nella retorica dell’edilizia che non si include bene nell’ambiente, poiché queste cose le vediamo tutti i giorni, fanno parte ahimè del contemporaneo! Cerco invece di trovare in questo caos globalizzato dei momenti di localismi di grandi interesse, di osservarli sì, in modo critico, e di comprenderli studiandoli con un approccio iniziale appassionato, provocatorio, interrogativo, quasi rivoluzionario, senza tralasciare la visione poetica, accostandomi in modo diverso e non limitandomi solo a fotografare.

In che modo le sue ossessioni e le sue visioni hanno alimentato la sua ricerca artistica?

Ho alimentato le mie visioni cercando di non sentirmi solo. Ho sempre pensato che il lavoro culturale è fatto di tanti linguaggi. Ho cercato di trovare nella mia attività altri saperi, creando le giuste collaborazioni con altri artisti: del resto le avanguardie storiche sono frutto di collaborazioni fra tante realtà! Credo che il ruolo dell’artista oggi come ieri è quello di cooperare con gli altri colleghi senza creare diseguaglianze e senza tralasciare il rapporto umano. In questo modo c’è un equa distribuzione delle emozioni condividendole nel bene e nel male: è così che si deve intendere l’arte, che diventa veicolo di comunicazione senza che nessuno si senta superiore all’altro. Poi c’è l’atteggiamento giusto verso la fotografia che oggi più che mai richiede una seria progettualità del luogo. Non il fotoreporter mordi e fuggi, che scatta e va via… ma, prendere visione della realtà, delle tante connessione, della partecipazione, del coinvolgere la gente e la città, con la gestione e la partecipazione, senza tralasciare la ricerca del senso e le motivazioni.

Nella sua opinione la fotografia può essere un atto rivoluzionario? Quanto questa può essere capace di rinnovare il suo linguaggio per scardinare un radicato pensiero reazionario?

L’atto rivoluzionario è il messaggio che in questi casi diventa parola chiave del “fare”. La motivazione è la prima regola, poi subentra la qualità del lavoro che va gestito e curato, cercando di lasciare le tracce che documentino l’impegno svolto.

Come vede il futuro della fotografia nei prossimi anni?

Straordinario…! Soprattutto con l’avvento del digitale. È come la scienza che procede… come l’arte.

L’importanza delle regole: in che modo il “metodo” condiziona la ricerca fotografica?

Le regole come in ogni sapere sono importanti, come lo sono nella musica, nell’arte; però sono importanti anche le ricerche di non regole: l’arte è anche uscire fuori dalle regole! Una componente è l’emozione, ma questa è importante e acquista spessore insieme alla regola. Ricordo sempre a me stesso queste componenti: io se non mi emoziono non riesco a lavorare! Ho scelto la strada della ricerca perché mi ha sempre pesato la committenza: volevo esprimere ciò che pensavo senza essere indotto dagli altri. Erano anni in cui si potevano fare queste scelte. Purtroppo oggi non è più così.

Nel ringraziarla vorrei che lei svelasse ai lettori di Sicilia Journal i suoi progetti, le speranze e i sogni futuri…

Ho in preparazione per l’anno prossimo un lavoro che sarà ospitato al Castello Sforzesco di Milano sulla Pietà Rondanini di Michelangelo. Si tratta di una mia interpretazione su uno dei monumenti michelangioleschi che trovo di particolare attualità, come simbolo dei nostri tempi, come sacralità, dolore, umanità, il lavoro sarà affiancato da diversi contributi scritti. Nel 2017 a Bergamo, la Galleria d’Arte Moderna ospiterà una mia antologica con una vastissima rassegna di lavori sulla mia attività… con un catalogo… e tante altre sorprese. Si conclude un ciclo… almeno per ora… Ne inizierà un altro. Una speranza, o forse un mio sogno è quello di poter vedere istituita in Italia una scuola, un Centro di Alta Formazione Professionale dell’immagine, che insieme alle Accademie e all’Università completino e valorizzino il percorso di studi di molti ragazzi. Un sogno sarebbe vederla nascere qui in Sicilia. La Sicilia è nel mio cuore come lo è la Basilicata. Quando mi trovo qui dico sempre di valorizzare e potenziare le risorse di questa regione, che nel suo DNA conserva un fascino unico anche con l’istituzione di una scuola, che assicuri una solida formazione tecnica ed artistica.

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